Climate change: viticulture shifts to Northern Europe

by Stefania Vinciguerra 09/10/21
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grandine in vigna

Last week was published on the Belgian site Business AM, an economics magazine, an article by Matthias Bertrand which touches the topic of climate change referred to viticulture.

This article is available in Italian only.

Bertrand, che non è un giornalista vinicolo, ha colto i segnali di quanto sta succedendo e ne offre la sua interpretazione (presentando infine anche la sua soluzione). Abbiamo ritenuto valesse la pena riferirne i passaggi principali. Per chi volesse leggere l’articolo per intero, può trovare qui la versione in francese (c’è anche l’edizione in fiammingo, per chi conoscesse la lingua).

“Il clima sta cambiando, e le colture dovranno seguirlo – esordisce Bernard - . Prima di tutto, la vite, una pianta che non tollera le temperature eccessive o le gelate inaspettate. Il clima europeo sta cambiando così rapidamente che la viticoltura dovrà migrare… “

Dopo questa premessa, Bernard viene subito al dunque dicendo subito come sia destinata ad essere superata l’idea radicata da secoli che la vite fiorisca veramente solo tra 35 e 50° di latitudine, sia a nord che a sud dell'equatore. 

“In Europa, questo include paesi come Spagna, Italia, Grecia e Francia fino alla regione di Champagne-Ardenne. In altre parole, il cuore vinicolo del continente. Che adesso è pericolosamente minacciato dal cambiamento climatico. Le viti hanno bisogno di sole e calore, ma in proporzioni molto specifiche: non tollerano eccessi o deviazioni dalla norma, anche per un periodo molto breve. Se sei sopra il 50° parallelo è troppo freddo, e se sei sotto il 35° è troppo caldo, dice Kees van Leeuwen, professore di viticoltura all'Università di Bordeaux. Solo che ora, con il cambiamento climatico, questi due limiti si stanno spostando.”

Fenomeni climatici estremi che accadono con sempre maggiore frequenza, come ad esempio il recente disastro nel Midi, hanno come rovescio della medaglia un risvolto positivo per i paesi del nord Europa. “In Belgio, la viticoltura sta tornando in auge da diversi anni sulle colline più riparate del sud del paese, in particolare nelle province di Hainaut e Lussemburgo – racconta Bernard -, ma le barbatelle vengono ora piantate anche più a nord. Questo è il caso della cantina Wijntuin Ronja, un po' a nord di Haarlem nei Paesi Bassi. E già a 52 gradi nord. Due piccoli gradi, che misurano il parallelo e non la temperatura per una volta, che di per sé rappresentano gli effetti molto tangibili del cambiamento climatico. Non è da escludere che tra qualche decennio la Svezia produca vino: il suo suolo è adatto, basta il calore”. E del resto sappiamo quanto stia prendendo piede la produzione di vini spumanti in Inghilterra. 

Mentre nel sud dell’Europa stiamo vivendo sempre più spesso periodi di siccità, che sono un problema per la vite, che è una pianta molto avida d'acqua. Bernard cita la regione spagnola di La Mancha, dove l'agricoltura sta assorbendo sei volte più acqua che nel 1995, e il 70% di questo sovraconsumo è per la viticoltura. Sappiamo tutti come l’approvvigionamento d’acqua sia uno dei temi scottanti per il futuro del pianeta. Potremo sopportare che una così grande quantità d’acqua venga “deviata” nei vigneti quando ci sono intere zone del mondo che non hanno accesso all’acqua?

La soluzione presentata dal giornalista belga è di “rompere con le denominazioni controllate molto rigide che governano i vini europei e adottare vitigni più adatti alle nuove condizioni climatiche di ogni regione, ma anche incrociare felicemente i vitigni europei con varietà più resistenti, provenienti per esempio dalle Americhe. Questo approccio è difficile da accettare per molti viticoltori, che sono attaccati alla ‘purezza’ del loro prodotto. Mentre in California o in Australia, gli esperimenti per ottenere viti più resistenti alle condizioni climatiche non sono un tabù”.

Senza raggiungere posizioni così estreme (non vedo la necessità di scardinare le nostre denominazioni, che hanno anche nella loro storicità un forte valore), ritengo anch’io che l’approccio scientifico al problema sia l’unica soluzione, con l’utilizzo di varietà più resistenti non solo alle malattie (come i Piwi), ma anche al caldo e alla siccità. Ma non dobbiamo dimenticare che la scienza e la ricerca ci aiutano anche indirizzandoci verso una migliore gestione agronomica (cloni, portainnesti, impianti diversi).  Prima ne prendiamo atto e meglio è.





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