Cozzo Mario e le Freise che vanno sparendo

di Vignadelmar 30/01/19
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Mario e Gianluca Cozzo

Quando si ha la fortuna di imbattersi in una Freisa, va gustata con doppio piacere, per la sua piacevolezza e per la sua rarità.

Di come abbia conosciuto questa piccola società agricola, ve ne ho parlato qui, approfondendo il discorso sulla loro produzione di Dogliani Docg. Oggi, invece, voglio raccontarvi una storia e facendolo vi parlerò di un loro vino e di un’uva che per me riveste un significato particolare, forse ancor più grande dei meriti intrinsechi che ha già come propri: la freisa.

Quando assaggiai i loro Dogliani, chiamai in azienda per capire di più e conoscere gli artefici di questi vini. Gian Luca Demaria mi disse che erano anche produttori di poche migliaia di bottiglie di una Freisa mossa, fatta in autoclave, della quale lo Zio Mario, patriarca dell’azienda, andava molto fiero. Al solo sentir nominare quel vino mi si sono prepotentemente riaccesi ricordi di amori enologici giovanili, passati anche a bere freise di ogni tipo e di ogni qualità: dalle più semplici a quelle rare e blasonatissime. Ho immediatamente chiesto a Gian Luca di farmene arrivare a casa un paio di bottiglie da provare e così nel pieno dell’estate scorsa ne ho avute a disposizione due bottiglie, messe a riposare in cantina per togliergli lo stress del viaggio.

Alcuni giorni dopo ne tirai fuori una e la misi in frigorifero. Si, in frigorifero; perché la Freisa va bevuta fresca, non fredda, a temperatura “ambiente” rende moltissimo meno. Alcuni di voi inorridiranno ma proseguite a leggere e capirete che ho ragione. Tornando a casa dopo una giornata di mare io e la mia compagna eravamo affamati e assetati. Allora ho tirato fuori dal frigo la bottiglia, del salame, alcuni formaggi e siamo andati a farci una doccia. Subito dopo a tavola a berci quella Freisa non più fredda ma squisitamente fresca, che accompagnata da quel cibo finì in circa un paio di minuti. Per le descrizioni particolareggiate dopo potete leggerne la scheda, sappiate però che una Freisa così poco “pettinata”, fresca, acida, saporita e lievemente tannica, era una goduria devastante.

Per questo tipo di Freise ho coniato un termine, un aggettivo, non so quanto originale: “selvagge”. Ma sono buonissime anche le Freise diverse da queste, quelle più morbide, rotonde, aggraziate, che magari vanno bevute con cibi anche loro più nobili e più curati, forse cucinati. Penso insomma che la Freisa sia un ottimo vino da cibo, da pasto. Purtroppo le Freise, tutte, selvagge e non selvagge, vanno sparendo.

Recentemente sono andato in azienda a Dogliani, dove, a pranzo con la famiglia, dialogando con lo Zio di Gian Luca, Mario, anche lui mi ha detto che mette la Freisa in frigo per rinfrescarla. Mi ha detto anche che solo a Dogliani i produttori di Freisa non arrivano a 5 e che in tutte le Langhe sta velocemente sparendo, cedendo il passo a quella che io penso essere una devastante e pericolosissima monocoltura di nebbiolo. Gian Luca ha rincarato la dose, dicendomi che nella vicina Torino i locali che tengono in carta delle Freise sono pochissimi e dunque il destino di questo valoroso vitigno pare tristemente segnato.

Penso - e con me tutti gli amici di DoctorWine - che questo impoverimento colturale vada combattuto con ogni mezzo, come penso che i produttori che spesso definiamo giustamente nobili difensori del territorio contro le mille moderne speculazioni, debbano riflettere e decidere se sia giusto continuare su questo piano inclinato, oppure ricominciare ad investire sulla coltivazione della freisa, magari reimpiantandone un po’, rimettendola nei propri listini, investendoci in comunicazione e commercializzazione. Anche perché trovo che la Freisa sia un vino molto contemporaneo: non troppo alcolico, da bere fresco, frizzante, senza i patemi tipici dei soloni del vino, cioè con un bacino di utenti potenzialmente vastissimo. Ma se anche così non fosse, siamo sicuri che non sia una battaglia culturale di più ampio respiro che valga la pena di essere combattuta?

Sia chiaro che non sto chiamando alle armi per una crociata enoica; provo solo a trasmettere, con la veemenza e il pathos che mi contraddistinguono, il concetto che una Langa priva di questo come di altri vitigni identitari della zona, sarà un territorio ben più povero e meno appetibile. Amici produttori, rifletteteci. E se decidete di reinvestirci, fatelo ognuno come crede, ognuno seguendo la propria sensibilità. Vogliamo parlare di Freise bevute e non di una singola tipologia di Freisa, mi raccomando!

Langhe Doc Freisa Vivace 2017

Da uve 100% freisa, macerata per 7 giorni a 25 gradi, poi un paio di giorni in autoclave da dove esce con una pressione di 0,5/0,7 atmosfere, poi affinata 8 mesi in acciaio. Di colore rosso rubino scuro, profumi intensi e freschi di fiori e frutti di bosco. Bocca sapida, secca, dritta, lievemente tannica, con una freschezza invitante che unita alla soffice vivacità la rende da beva compulsiva, da splendido accompagnamento al cibo. Bottiglie prodotte 3000.

91/100

€ 8,50

Langhe Doc Freisa Vivace 2008

Da uve 100% freisa, macerata per 7 giorni a 25 gradi, poi un paio di giorni in autoclave da dove esce con una pressione di 0,5/0,7 atmosfere, poi affinata 8 mesi in acciaio. Rosso rubino scuro, senza alcun cedimento, profumi ancora freschi di fiori, frutti di bosco e leggera speziatura. Bocca ancora vivissima, nonostante abbia compiuto i 10 anni di età, secca, dritta, con un tannino levigatissimo e le perduranti e sorprendenti freschezza e vivacità. Praticamente immortale!

93/100

Bottiglia impossibile da trovare, questa era una delle poche ancora presenti in azienda.

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