Cirò Duca Sanfelice Librandi. Mare greco montanaro (1)

di Francesco Annibali 15/09/15
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Cirò Duca Sanfelice Librandi. Mare greco montanaro (1)

Situate al margine meridionale calabrese del golfo di Taranto, allungate sul mar Jonio a formare un promontorio, le aree comunali di Cirò e Cirò Marina sono presumibilmente il punto nel quale gli antichi Greci approdarono quando raggiunsero la penisola italica nel VII secolo a.C.

I Greci vi fondarono una cittadina, e la chiamarono Krimisa. E ‘Krimisa’ era il nome del vino ufficiale delle Olimpiadi, quello regalato ai vincitori. Una forma di promozione e di marketing ante litteram che la dice lunga sulla reputazione della quale godevano i vini di questa zona. Krimisa, Cirò.
Strano destino, quello del Cirò. Oggi che gli occhi di critica e consumatori hanno finalmente rivolto la giusta attenzione ai rossi del sud Italia, oggi che vini meravigliosi come Taurasi, Gioia del Colle, Etna vengono ricercati e discussi un po’ ovunque, il più grande rosso calabrese continua a restarsene in penombra. E non per colpa solo di una mancanza di promozione: il Ciròè anche vittima delle aspettative dei consumatori riguardo ai rossi mediterranei, che non sono tutti neri e colmi di estratti.
La fisionomia del Ciròè unica. Se infatti il calore, la speziatura e la terrosità lo collocano al sud, la sottigliezza e il tannino ricordano addirittura il Piemonte. Merito del vitigno, il gaglioppo, e del territorio.
I vigneti collinari a ridosso del mare Ionio, esposti ai venti di Scirocco e Tramontana, beneficiano di un clima ovviamente caldo, ma anche secco e ventilato. I terreni, sabbiosi e profondi, permettono al vitigno gaglioppo, ossatura del Cirò, di ottenere vini meno rustici della norma.
Ma Cirò non vuol dire solo mare e sole. 
La Calabria è una catena montuosa bagnata dal mare. Le montagne della Sila sono a ridosso della denominazione, creando escursioni termiche tra il giorno e la notte decisamente notevoli. Questo fa sì che i grappoli maturino lentamente, raggiungendo in tal modo il pieno sviluppo degli aromi e del gusto.
Dicevamo del gaglioppo, vitigno spina dorsale del Cirò. Un vitigno che restituisce vini simili al nebbiolo, soprattutto nella componente tannica, anche più dell’aglianico campano e lucano, nonostante sia quest’ultimo ad essere definito ‘il Barolo del Sud’.
Vitigno difficile sia in vigna che in cantina, che esige grappoli spargoli (se il grappolo è serrato, gli acini interni faticano a maturare, trasmettendo al vino note erbacee non eleganti), ed estrazioni delicate, ma capace di interpretare il territorio con un talento unico.

Librandi è l’azienda che più di tutte ha creduto e fatto conoscere questo grande vino. Sviluppata su oltre duecento ettari, è guidata da Nicodemo Librandi, ed è un campione di regolarità e serietà produttiva. Aspetti che la pongono certamente al vertice del vino regionale. La qualitàè uniformemente distribuita su tutta la linea, e il Cirò‘base’ presenta uno dei migliori rapporti qualità prezzo d’Italia. 
DoctorWine: Nella cosiddetta riscossa del sud la Calabria sembra ricoprire un ruolo non di primo piano. Quali sono le ragioni? E’ la mancanza di una promozione comune?
Nicodemo Librandi: Le ragioni sono molteplici. La mancanza di una promozione comune sicuramente fa la sua parte, ma forse la ragione principale va cercata ancora più a monte. Manca secondo me una rete di aziende che possa fare ottima qualità abbinata a massa critica, a numeri di produzione cioè che possano permettere l’attacco ai grandi mercati. Manca quindi quello che è successo alla Sicilia ed alla Puglia, per esempio. Se in Calabria ci fossero venti, trenta aziende di questo tipo, il discorso cambierebbe. Purtroppo in Calabria esiste un mix di poche aziende un po’ più grandi e molte aziende - anche molto valide - che nei fatti non sono state in grado di creare insieme un brand Calabria nel modo del vino, capace di toccare l’immaginario del consumatore. Ovviamente il turismo aiuterebbe, ma anche da quel punto di vista si potrebbe fare molto di più.

DW: La Calabria del vino ha resistito alle sirene dei modelli internazionali, comportandosi più come la Sardegna che come la Sicilia.
NL: Sono d’accordo. Nel nostro caso abbiamo investito anche sui vitigni internazionali, ma sempre con uno sguardo fisso agli autoctoni. Sviluppare i nostri vitigni è stata sempre una nostra priorità, ma si è dovuti partire in pratica da zero con la ricerca, perché nel periodo storico delle cantine sociali e della Calabria produttrice di uve da taglio si era perso un po’ il filo della qualità. Abbiamo iniziato nel ’93 a riprendere in mano gli autoctoni, e credo che dopo poco più di vent’anni i risultati siano arrivati.

DW: Cosa pensa della modifica del disciplinare del 2011(che ha permesso la produzione di Cirò anche con un 10% di vitigni bordolesi)?
NL: Noi ci siamo opposti. Non mi sembra una grande mossa a livello di marketing. La Calabria del vino e soprattutto l’anacronistico caso del Cirò, mancano di riconoscibilità e forse è su questo che bisognava puntare.

DW: Del resto un appassionato si aspetta automaticamente da un grande rosso del sud colori saturi e spessore gustativo. Il Cirò paga lo scotto di essere diverso dalle aspettative?
NL: Ritorna il discorso sulla comunicazione e la promozione. Tutti gli appassionati sanno che un Pinot Nero di Borgogna ha caratteristiche simili perché la zona ha un’impronta forte che è penetrata nell’immaginario del consumatore. Questo non è successo con il Cirò. E noi imprenditori vinicoli ne abbiamo la responsabilità. Oscilliamo tra posizioni tradizionaliste, senza avere purtroppo la forza di comunicarlo in modo incisivo; e chi invece taglia la testa al toro, e cerca un modo per rendere il Cirò più colorato/fruttato/concentrato, pagando il pegno di non avere nessuna riconoscibilità e identità. E ammiccando a clienti che non si appassioneranno mai a questi vini standardizzati.

DW: Che differenze ci sono tra un buon Cirò e un buon Melissa?
NL: In linea di massima, parlando di rossi, il Cirò tende ad essere più strutturato e più longevo, il Melissa più morbido e fruibile nell’immediato. Detto ciò, mentre la doc Cirò ha una storia importante e ha dei numeri consistenti, la doc Melissa a un certo punto della sua storia ha rischiato di scomparire, perché nessuna azienda era rimasta ad imbottigliare. Adesso invece qualcosa si muove. Per il recupero di una identità forte bisognerà però aspettare qualche anno. Di sicuro il terroir del Melissa è estremamente interessante. Noi ci abbiamo investito molto.

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