Le giovani linci

di Riccardo Viscardi 06/06/16
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Le giovani linci

Una riflessione sui cari colleghi degustatori, dedicata soprattutto ad alcune “giovani linci”.

Chi sarebbero queste “giovani linci”? il giovane non è un riferimento anagrafico ma enoico; persone che, spesso grazie al buon uso dei social network, si sono affacciate a questo mondo diciamo negli ultimi dieci anni, se non dopo. Si sono affermati seguendo le mode più in voga, bio qualsiasi, orange wine, legno grande, vini scoloriti insomma tutto ciò che rimbalzava e ammiccava sul web. Ma non solo loro; anche una schiera di persone con un trascorso più classico, come aver frequentato corsi in autorevoli associazioni per approdare poi ai panel di qualche guida. La prima cosa che contesto alle giovani linci è simile al discorso fatto per i produttori, con delle piccole aggravanti, come descrisse Daniele Cernilli tempo fa in due editoriali: La deriva acidistica e I neomodaioli.

Mi colpisce la loro superbia, spesso il loro esile spessore tecnico, il porsi come dei guru in ogni zona e in ogni situazione come se fossero detentori del sapere assoluto. Hanno in testa un'unica tipologia di vino e tutti i vini che rassomigliano a quella tipologia sono i migliori in barba al vitigno, al territorio etc etc. Spesso durante le degustazione citano grandi scrittori del passato come unica via da seguire per un ritorno ad una “purezza” ormai persa. Insomma un atteggiamento che definire “forcaiolo” e “giacobino”è un eufemismo. Vogliono tagliare le teste di tutti coloro che negli ultimi 30 anni hanno fatto ricerca, studi, provato innovazioni (alcune riuscite, altre meno), insomma l’oscurantismo più assoluto.

Il loro delirio di onnipotenza però li porta talvolta - anzi spesso - a male interpretare le annate esaltando quelle medio piccole e “affossando” quelle che i produttori prediligono per il loro migliore andamento climatico. Questo avviene spesso per un’altra scelta ideologica. L’assaggio fotografa il vino in quel preciso istante senza nessuna considerazione sul suo sviluppo e sulla sua attinenza o meno a una tipologia o a un territorio e tantomeno si prova a capire quale sarà la sua evoluzione. Un atteggiamento folle soprattutto se accostato al giudizio di vini che hanno, nella maturazione con gli anni e nella longevità, il loro fascino. Insomma tutti i vini dei migliori terroir del mondo.

Quello che mi preoccupa maggiormente è quando leggo che in un assaggio alla cieca di un grande vino (come se li facessero solo loro) un'annata notoriamente “difficile”è andata meglio di una grande annata. Beh, a questo punto non cercano di capire dove è il loro bug di sistema nella lettura di quella tipologia di vino, ma dicono che forse i produttori non avevano capito l’annata. Siamo alla follia pura. Ironia della sorte, l’unico produttore che riteneva di avere fatto un miracolo nella cattiva annata (vuoi per l'altitudine e l'esposizione dei vigneti, vuoi per il particolare microclima) e la riteneva migliore della precedente“grande”, ha visto preferire il vino dell'annata per lui peggiore.

Altro episodio recente: degustazione verticale di un vino importante di un'azienda nota con grandi allori nel passato. La "giovane lince" al mio fianco continua sottovoce a massacrare i vini: qui troppo legno (un mantra), qui tannini aggiunti e via di questo passo man mano che si susseguono le annate, mai però un giudizio di merito, mai una domanda al produttore, solo laconiche sentenze tranchant. Mi guarda strano quando commento, quando chiedo, poi sull’ennesimo "troppo legno - troppe macerazioni - tannini aggiunti" sbotto. “Non sono tannini aggiunti, hanno rinfrescato il vino con una annata più recente e questa leggera tostatura verrà meno in poco tempo.” Intuizione confermata dall’enologo consulente.

Il concetto è: perché non provate a capire, perché non studiate? questo è un lavoro bellissimo ma lo vivete male. Vi faccio solo una domanda: ehi giovani linci, vi rendete conto che qualcosa non va nelle vostre interpretazioni? Che forse il vostro approccio è errato? E che avere più rispetto verso i produttori e una maggiore conoscenza dei territori vi farebbe fare figure meno infantili e meschine?

Probabilmente ha ragione Paolo De Cristoforo che è giovane ma è bravissimo: mancano le scuole, quella grande scuola che era il Gambero Rosso di Stefano Bonilli, per il cibo, e di Daniele Cernilli, per il vino; quella che era di Slow food ai tempi dell'allora giovane Sandro Sangiorgi e di Egidio Fedele Dell’Oste. Quando prima di parlare bisognava sapere. Altrimenti si taceva e si ascoltava.

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La deriva acidistica 14/01/2013 Daniele Cernilli Signed DW
I neomodaioli 29/09/2014 Daniele Cernilli Signed DW




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