I neomodaioli

di Daniele Cernilli 29/09/14
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I neomodaioli

In un passato neanche tanto lontano mi è capitato di contribuire alla nascita di alcune mode enologiche, premiando vini che poi sono divenuti delle icone in quel senso. Ricordo il Sauvignon Sanct Valentin, il Faro Palari, il Brunello di Salvioni, il Barolo Cannubi Boschis di Sandrone, tanto per fare dei nomi eclatanti. Però erano frutto di assaggi, tutt’al più di un tentativo d’interpretare i gusti dei lettori più attenti, non di indicare scelte stilistiche o produttive. Anche perché i vigneti, le scelte dei vitigni, non si possono cambiare troppo di frequente. Una vigna può essere produttiva e qualitativa anche, direi soprattutto, dai venti ai quarant’anni, e la vitivinicoltura non può aderire velocemente ai cambiamenti di umore e di gusti che talvolta il mercato propone. Non solo, ma forse in nessun altro settore come in quello del vino il valore della tradizione, l’affidabilità di una cantina nel tempo, sono dei valori solidi e apprezzati.

Il Romanée Conti, il vino più costoso del mondo, non raggiunge quei prezzi solo perchéè buono. Ce ne sono di altrettanto buoni che costano anche cinquanta volte di meno. Però nessuno è prodotto da secoli nello stesso posto, nessuno ha un valore iconico paragonabile e nessun altro per queste ragioni ha una richiesta che è di centinaia di volte più alta dell’offerta, visto che se ne producono circa 6.000 bottiglie all’anno. Se ci mettiamo anche l’effetto “status symbol” che ha raggiunto si capisce il perché oggi per acquistarne una bottiglia in rete ci vogliono anche 15.000 euro. Una follia, apparentemente. Un effetto del mercato che è stabile da anni e non semplicemente una moda passeggera, nei fatti.

Negli ultimi anni sembra che una parte degli appassionati di vino in Italia stia dimenticando questi fenomeni. Esistono vere e proprie sette che propugnano anche con una certa violenza, e con poca conoscenza della storia recente della vitivinicoltura nazionale e mondiale, posizioni preconcette e davvero poco condivisibili, anche perché poco discutibili. La deriva acidistica, certi eccessi dei vini cosiddetti “naturali”, la lettura di zone basata sui propri desiderata e non sull’effettiva tipicità dei vini, sono effetti di questo. Perciò il Chianti Classico diventa solo Radda e Lamole, il Brunello dev’essere quello delle zone interne ed alte, i vini devono avere un profilo “borgognone”, a prescindere dalla loro origine. Questo non vuol dire che a Radda e a Lamole si facciano vini cattivi, ma che se ne fanno di splendidi anche a Panzano, che è due colline più in là, o a Castelnuovo Berardenga, dove prendono profili più mediterranei. O che a Montalcino non si possano fare grandi vini in altezza, in certe annate. Ragnaie, Potazzine, Poggio Antico raccontano proprio questo. Però Tachis diceva che "'il rosso dell’uovo' era a Sesta, forse arrivava fino a Campogiovanni", che non sono così in alto e dove il Brunello viene bene quasi sempre. Sono esempi, ovviamente, che si potrebbero fare in altre zone e per altri vini.

E allora? Allora torniamo alla ricerca, alla scienza e alla conoscenza. A quanto ha di recente sostenuto il professor Luigi Moio nella fantastica intervista che Francesco Annibali gli ha dedicato prorprio su Doctor Wine. Senza derive neomodaiole, dando uno sguardo anche fuori dai nostri confini e fuori dal mondo degli appassionati più ideologici. Ricordando che stiamo parlando di vino, che esistono gusti diversi e che soprattutto a zone differenti devono corrispondere diverse espressioni. La vera qualità, secondo me, è proprio in questo.





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