Yellow Belly denuncia la xenofobia

di Alessandro Brizi 08/04/16
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Yellow Belly denuncia la xenofobia

Yellow Belly e un modo di dire anglosassone che significa “codardo”, “vigliacco”. Strano nome da dare a una birra, penserete, ma qui siamo di fronte a qualcosa in più di una, tra l’altro, ottima se non esemplare, Imperial Stout. Iniziamo col dire che la bottiglia si presenta avvolta da una carta bianca con due fori, a mo’ di occhi, e la scritta, sulla “pancia” della bottiglia da 33 cl, Yellow Belly. A prima vista sembra un fantasma, ma a ben guardare la figura ricorda le tristi e orribili vesti bianche del Klu Klux Klan: semplicemente questo era l’obiettivo di Henok Fentie, proprietario della birreria Omnipollo di Stoccolma, ideatore insieme agli inglesi di Buxton Brewery della Yellow Belly.

Tutto nasce nel 2014, durante il Rainbow Collaboration, una festa della birra dove 14 produttori dovevano realizzare 7 birre in collaborazione, ovvero tanti quanti i colori dell’arcobaleno. Henok Fentie è uno di questi 14 birrai: geniale, dalla professionalità indiscutibile, politicamente impegnato e di colore. Due anni fa la sua preoccupazione era l’avanzata in tutta Europa dei movimenti politici xenofobi di estrema destra e la conseguente, a suo dire, vigliaccheria dei loro sostenitori che non ammettevano di averli supportati e votati. Da qui la denuncia, forte, di codardia, da celare dietro un cappuccio bianco con due fori, lo stesso che avvolge la birra. Grazie all’aiuto di Karl Grandin, grafico e amico di Henok, la bottiglia si veste di carta bianca, con due fori e la scritta “codardo”. Agli inglesi della Buxton Brewery, partner nell’impressa, sta bene, anzi benissimo, e il prodotto in poco tempo fa il giro del mondo, non solo per il messaggio politico che porta con sé, ma anche e soprattutto per una qualità del prodotto davvero eccelsa.  

Lo stile è quello delle Imperial Stout, quindi struttura, alcol, aromi, colore, densità improntanti, schiuma compatta e tanto altro ancora. Le Imperial Stout erano le birre che piacevano a Pietro il Grande, zar di tutte le Russie: nettari dolci che spesso era difficile definire birre, ma che deliziavano la corte e l’aristocrazia russa. Un vero e proprio export style, dove la forte gradazione alcolica serviva soltanto per far “viaggiare sicure” le birre, in tempi in cui – primi anni del Settecento – la pastorizzazione era ben al di là da venire. Birre in cui convivevano caratteristiche organolettiche specifiche ed esigenze logistiche e che la rivoluzione delle birre artigianali degli ultimi anni ha fatto potentemente riemergere nella sua caleidoscopica ricerca di varietà, tradizioni e novità. Oggi le Imperial Stout sono ben diverse da quelle che approdavano nei porti baltici dello zar e ogni birrificio le interpretata a modo suo, calcando o meno la mano su malti, luppoli e aromatizzazioni. Ciononostante il legame con il passato è evidente, soprattutto nella distanza con le più“ordinarie” Stout e Porter, lontani parenti che condividono con le Imperial solo parte del nome.

La nostra Yellow Belly, che non poteva che essere scura e nera, nonostante i buoni propositi e la qualità assoluta del prodotto, si è attirata nel Vecchio Continente molte critiche: alcuni hanno visto nell’involucro un puro e semplice strumento di marketing, altri una maniera per far risalire le vendite degli altri prodotti di Omnipollo e Buxton Brewery, invero mai calate, altri ancora invece se la sono presa con il prezzo troppo alto perché pari a circa 30 euro al litro. Henok Fentie è un progressista, un liberal e un tollerante per natura, ma la Yellow Belly andrebbe valutata per quello che è, ovvero una grande e complessa Imperial Stout, nata da una collaborazione tra due grandi produttori di birra artigianale e con un messaggio di fondo assolutamente da condividere, anche perché, come sosteneva Martin Luther King, “per farsi i nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quel che si pensa”.

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