Rochefort n. 6, trappista per vocazione

di Alessandro Brizi 06/05/16
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Rochefort n. 6, trappista per vocazione

Armand Jean Le Bouthillier de Rancé non era certamente uno stinco di santo. Dal carattere selvaggio, per certi aspetti anarchico, radicale e coraggioso, Armand sicuramente non incarnava l’archetipo del fanciullo della prima metà del Seicento: roseo e rotondo bambolotto tutto buone maniere, merletti e linguaggio barocco. Tenuto a battesimo niente di meno che dal potente cardinale Richelieu, nel suo stato di secondogenito della casata, era stato inizialmente promesso alla vita militare per poi finire, a malincuore e senza vocazione alcuna, in seminario. Lui stesso lasciò scritto: “al mattino predicare come un angelo e al pomeriggio cacciare come un demonio”. Non proprio un’attitudine da pretino, si direbbe. La condotta fu sin dai primi anni molto ambigua per un prelato ricco, adulato, di bell’aspetto e al contempo cortigiano e amante dei piaceri; tutti, almeno per l’epoca.

Nel 1657, a trentuno anni, la svolta. Muore la sua amante, la Contessa de Montbazon, e il cardinale Mazzarino, succeduto nel 1643 sia al potente Richelieu sia allo stesso re Luigi XIII (il delfino Luigi XIV era ancora troppo piccolo per regnare), non lo ama, anzi, lo detesta. Così ad Armand non rimane che pregare, meditare, riflettere e convertirsi, abbracciando sinceramente la fede cattolica. Nel giro di pochi mesi lascia i 5 priorati che aveva in commenda e decide di riparare (la fuga era assai diffusa all’epoca) nell’abbazia della Trappa, a Soligny-la-Trappe in Bassa Normandia, luogo consacrato all’Ordine Cistercense, di cui prenderà i voti nel 1664.
“La caritàè il legame e il fondamento delle comunità monastiche. Così come le forma, essa le conserva. Permette che i fratelli vivano secondo la legge di Dio in armonia, in una santa intelligenza e che portino tutti insieme il giogo del Signore Numero uno, con un cuore solo, uno spirito solo e una sola volontà”. Con queste parole l’abate Armand Jean Le Bouthillier de Rancé, non solo testimonia la propria definitiva conversine a una vita di santità ma fonda, nel 1677, l’ordine dei Cistercensi della stretta osservanza, ovvero i Trappisti. Chiamato dai confratelli il “nuovo San Bernardo”, abate Armand sviluppò una rinnovata scuola di spiritualità e rafforzò le attività materiali delle comunità monastiche, in primis quelle agricole e tra queste la produzione brassicola. Nasceva così, in maniera che potremmo quasi definire ufficiale, la birra trappista, esattamente 320 anni prima della fondazione dell’Associazione Internazionale Trappista, datata 1997 in quel di Vleteren, Belgio.


Nonostante le origini francesi, la produzione birraria dei monaci trappisti si sviluppò principalmente in Olanda e in Belgio, dove ancora oggi sono concentrati la maggior parte dei “monasteri-brasserie” dell’Ordine. Tra queste, esempio fulgido del legame con il pensiero del padre fondatore, nonché, per noi ancor più importante, vero punto di riferimento mondiale per una produzione brassicola eccelsa, è l’abbazia di Notre-Dame de Saint-Remy a Rochefort, nelle Ardenne. Vi risparmiamo la storia dell’abbazia, più volte distrutta e poi ricostruita, per concentrarci altresì su quella della birra di Rochefort.

Prodotta sin dalla seconda metà del Cinquecento (la comunità monastica risale al 1230), questa fu “codificata”, così come oggi la conosciamo nelle tre tipologie 6, 8 e 10 (secondo la scala Baumé), solo negli anni Cinquanta, grazie all’intervento, non solo provvidenziale, dei monaci dell’abbazia di Notre-Dame de Scourmont, quelli della Chimay per intenderci (protagonisti in diversi rilanci dell’attività brassicola di molte abbazie dell’Ordine, ultimo in ordine di tempo quello della statunitense Saint Joseph’s Abbey di Spencer in Massachusetts) e del professor De Clerck dell’Università di Leuven.

Dagli anni Sessanta in poi fu un crescente successo per queste birre: ricche, corpose, tradizionali e perfettamente realizzate da un punto di vista tecnico. Produzione e vendite crebbero di pari passo fino al 2010, quando un incendio mise a dura prova la struttura, senza tuttavia pregiudicare la funzionalità della birreria: quando si dice l’intervento divino!
Oggi lo stock annuale è pari a poco più di 18.000 ettolitri, declinati, come detto, in 3 birre. Tra queste spicca la Rochefort 6, che copre il 5% della produzione e viene fatta solo due volte l’anno. La più antica delle birre dell’abazia, nonché la più rara ma anche la più immediata di tutte è figlia una ricetta degli anni Trenta del Novecento ed è caratterizzata dal suo tappo rosso, un tempo l’unico segno distintivo delle tre birre della Brasserie (la 8 ha il tappo verde e la 10 blu). Lo stile è quello di una dubbel tutta intensità, pienezza e gusto, perfettamente linea con l’idea di birra dei poco più di 15 monaci di Rochefort, obbedienti, da sempre, a questo credo di puro piacere… appagato, tuttavia, solo nel bicchiere.

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