Chimay Grande Réserve, calda e suadente

di Andrea Camaschella 02/03/18
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Chimay Grand Réserve birra scura trappista

Nata come Chimay Bleu nel 1956, è etichettata come Grand Réserve e si presta perfettamente al consumo invernale: una birra calda, suadente, appagante.

Con questo freddo siberiano più che invernale che ha investito la Penisola, il desiderio di una birra spinge verso la Chimay Bleu, nata nel 1956 come birra natalizia, dunque senza uno stile di riferimento, fatto salvo un buon tenore alcolico: una birra adatta a riscaldare il corpo (e l’anima) nel periodo invernale. Dal 1982 è disponibile anche in bottiglia da 75 centilitri e attualmente anche in Magnum, Jéroboam e Mathusalem, in questo caso però sull’etichetta appare il nome di Grande Réserve.

Il birrificio Chimay è stato fondato nell’abbazia di Scourmont nel 1850, da un gruppo di monaci che creara anche una fabbrica di formaggi. Dopo la Grande Guerra l'attività deve ripartire da zero: l’invasore teutonico ha saccheggiato e distrutto in ogni dove. Si ricostruisce faticosamente il birrificio, si ricomincia a lavorare per riportare Chimay sul mercato, per consolidarne la posizione, per creare nuove birre, per garantire qualità e costanza. Padre Théodore studia la birra moderna, le nuove tecniche, le nuove ricette e, sul finire degli anni ’40, isola il ceppo di lievito che a tutt’oggi è utilizzato per trasformare in birra il mosto. Il suo microscopio è ancora lì, affascinante pezzo da museo in mezzo agli strumenti moderni nel laboratorio di Chimay, all’interno del birrificio, a imperitura memoria del “tocco” Chimay, donato da quel lievito che caratterizza ogni birra (lo stesso lievito, qualunque sia la birra), in ogni suo lotto, da quasi mezzo secolo.

Oggi in Chimay il legame con la tradizione e quindi con il lavoro di Padre Théodore, frena slanci eccessivi e profondi cambiamenti. Un birrificio Trappista ha altre priorità.

L’attenzione all’ambiente è ai massimi livelli. Recupero di CO2, pannelli solari, un intero parco eolico costruito nei dintorni, recupero del calore prodotto nel birrificio, certo col problema poi di utilizzarlo questo calore così che, per la prima volta dalla costruzione del monastero, le celle in cui dormono i frati sono state riscaldate. Grande attenzione anche per i dipendenti: l’implementazione di nuovi macchinari è volta a migliorare le condizioni di lavoro, aumentare la produzione, migliorare la qualità, magari assumere qualcun altro, ma mai a sostituire delle persone. Già, il bene inteso anche come opere di carità, è la base dell’ordine trappista.

Anche la scelta di spostare il caseificio e la linea di imbottigliamento al di fuori delle mura del monastero, è pragmatica: aumentare la produzione, migliorare gli spazi e quindi le condizioni di lavoro, controllare meglio la qualità, ma anche creare un nuovo polo artigianale e commerciale per rilanciare economicamente l’area.

Questo è ciò che si cela dietro al logo esagonale - che fa bella mostra di sé su ogni prodotto di un’abbazia trappista - di Autentico Prodotto Trappista. Questo è anche l’unico significato di “birra trappista”: non ci indica uno stile, non ci offre indicazioni di gusti e sapori, ci dice che i frati sovrintendono al lavoro e che i proventi non arricchiranno i frati, che non girano in Ferrari, ma in qualche modo aiuteranno la popolazione, i frati stessi e chi lavora per loro.

Liberamente tratto da Cronache di Gusto

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