Vino e Musica, si parte con Miles Davis

di Daniele Cernilli 26/01/21
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AFdigitale.it e doctorwine.it lanciano insieme un appuntamento quindicinale: Diego Scardocci, firma di spicco di AFDigitale, propone una recensione musicale e Daniele Cernilli suggerisce il vino più indicato per l’ascolto. Si comincia con Kind of Blue di Miles Davis e il San Leonardo 2015.

 

di Diego Scardocci 

Kind of classic. Questa parafrasi identifica un’opera che – senza alcuna possibilità di smentita – può senz’altro essere definita più che un classico, un vero e proprio riferimento nel panorama della musica jazz e non solo. Ovviamente stiamo parlando di quella meraviglia che è Kind of blue del mitico Miles Davis, disco oggettivamente epocale che all’epoca della sua pubblicazione – era il 1959 – non solo divenne un instant classic ma ancora oggi è perfettamente in grado di dire la sua quando posto a confronto con lavori contemporanei i cui stilemi attingano alla particolare declinazione del genere, ovvero quel jazz modale e di ascolto maggiormente rilassato rispetto ad altri stili.

La registrazione, cui seguì la pubblicazione, avvenne il 2 marzo 1959 a New York presso gli studios della Columbia ove Miles Davis e il suo leggendario sestetto – John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e Wynton Kelly – si riunirono per registrare “il disco” che sarebbe poi impetuosamente entrato nella storia del jazz ergendosi a riferimento assoluto e trasversale. La leggenda racconta di registrazioni eseguite senza alcuna prova, con la sola presenza di qualche sfumata indicazione melodica cui riferirsi fornita da Davis, aspetto che rende ancora più interessante quest’opera, non fosse altro per le basi su cui poggiano le esecuzioni – apparentemente quasi inconsistenti – unite alla necessaria libera improvvisazione che ne consegue, ove l’interplay tra i musicisti ha qualcosa di realmente magico.

Una cosa significativa che riguarda Kind of blue, un aspetto che forse talvolta passa inosservato quando a parlare sono i gusti personali, è la sua trasversalità: esponenti del rock, del blues, della classica e perfino del rap (lo avreste mai detto?) considerano tale opera imprescindibile. Da parte mia posso assicurare che almeno un ascolto si impone, se non altro per ascoltare con le proprie orecchie la portata dell’opera.

Ho lasciato volutamente per ultimo l’aspetto sonoro, non perché non sia valido – tutt’altro – ma perché effettivamente passa quasi in secondo piano tanto è piacevole il disco. Chiaramente parliamo del 1959, periodo nel quale la stereofonia iniziava a farsi largo nelle produzioni musicali, logico quindi che la dislocazione dei musicisti sul palco fosse netta e decisa rispetto all’omogeneità reperibile nelle opere odierne, ciò nonostante la riproduzione è assai gradevole. Ai musicisti sono assegnati dei posti ben precisi: Davis ovviamente al centro, Coltrane e Adderley a sinistra/destra con Evans, Kelly, Chambers e Cobb collocati alle loro spalle ma comunque abbastanza identificabili, come dire che la scena sonora presenta caratteristiche che oggi non sono più utilizzate; la tendenza odierna, infatti, è quella di creare un fronte sonoro più coeso e privo di soluzione di continuità piuttosto che una disposizione a compartimenti (quasi) stagni, in ogni caso tale assetto non disturba affatto. Timbricamente il suono è caldo, corposo e giustamente aperto in alto, insomma, si tratta di un’ottima incisione che data l’epoca può essere considerata caratteristica assolutamente positiva.

In conclusione, a chi si fosse incuriosito e volesse conoscere il dietro le quinte di questo inossidabile capolavoro, consiglio caldamente di leggere il saggio scritto da Ashley Kahn dal titolo Kind of blue: storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis (il Saggiatore, 2003).

Il vino suggerito da DoctorWine

di Daniele Cernilli

Lo stile di Miles Davis può essere definito “rarefatto”, e nel caso di Kind of Blue anche “rivoluzionario” perché fu davvero un album che cambiò la prospettiva del jazz dell’epoca. Perciò il vino che ci berrei insieme deve avere queste due caratteristiche, l’eleganza e la capacità innovativa, oltre a non essere troppo possente per non entrare in contraddizione con un approccio musicale basato sull’essenzialità e sulla creatività assoluta.

Per tutti questi motivi il vino che scelgo è il San Leonardo 2015 dell’omonima tenuta dei Marchesi Guerrieri Gonzaga. Si produce a Borghetto d’Avio, il primo paese del Trentino venendo dal Veneto, da uve cabernet sauvignon per il 60%, cabernet franc e carmenére per il 15% ciascuno e merlot per il 10%. Matura in piccoli fusti di rovere francese per 18 mesi.

Ha colore rubino intenso, profumi di estrema finezza e complessità, con note che ricordano i mirtilli, il tabacco, le spezie, la crema di cassis e anche accenni balsamici, di resina. Il sapore è composto ed elegante, ben sorretto da una componente acida rinfrescante che ne tende il corpo rendendone la silhouette aggraziata e aristocratica. I tannini sono molto vellutati e per nulla aggressivi. Il finale è sottile e molto persistente. Un grande rosso che fa dei contrappunti gustativi il suo punto di forza, sorprendendo ad ogni sorso, proprio come le note che scaturivano dalla tromba di Miles Davis.

In enoteca arriva a costare intorno agli 80 euro. Non è poco ma vale il suo prezzo.

 

Tratto da https://www.afdigitale.it/vino-e-musica-si-parte-con-miles-davis/

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