VCR: il gusto delle radici

di Sissi Baratella 12/05/22
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VCR innesti
Grazie a una visita ai Vivai Cooperativi Rauscedo, Baratella ha potuto assaggiare vini fatti dallo stesso clone su portainnesti diversi. Un’esperienza insolita, decisamente interessante.

Ho provato il gusto delle radici. Non guarderò più il vino con gli stessi occhi.

Se le radici hanno un gusto e quale esso sia costituisce la pagina non scritta dell’enologia. Fermo restando che l’innesto ha letteralmente salvato la viticoltura dall’avvento della fillossera e che il continuo sperimentare e fare ricerca ha sicuramente portato alle soluzioni più convenienti per tutti, domandarsi se l’apparato radicale influenzi o meno l’espressione varietale rimane un quesito lecito. VCR, che sta per Vivai Cooperativi Rauscedo se l’è domandato, ma prima di provare a darci delle risposte procediamo con ordine e ripassiamo chi sono questi signori e cosa fanno.

VCR nasce a Pordenone nel 1933, in un periodo storico in cui l’aggregazione professionale era ben incentivata, i suoli erano fertili e le persone desiderose di tornare a produrre dopo lo sterminio in termini di viticoltura avvenuto a causa dell’avvento della fillossera. I terreni friulani parevano fatti apposta per la coltivazione delle barbatelle. Ricchi in acqua, dallo scheletro grande e dalla texture morbida si sono dimostrati il luogo perfetto per iniziare la sperimentazione e la produzione di barbatelle di vite innestata. Rauscedo oggi è una realtà cooperativa che vanta 8 stabilimenti in paesi diversi. Produce piante che commercializza in tutto il mondo a un ritmo di oltre 80 milioni di barbatelle suddivise in più di 4000 combinazioni. Ancora qualche numero: 250 soci, oltre 30 paesi viticoli serviti, con 1200 ettari a vivaio e 1564 ettari a portinnesto. 

Questa potenza a livello mondiale investe in campo di ricerca e sperimentazione, non mancano chiaramente le ibridazioni, così come le microvinificazioni. Nota di merito per un macchinario per la creazione degli innesti che si chiama Celerina Plus, nato con due nobili scopi. Aumentare la superficie a contatto tra nesto e portainnesto per agevolare anche quelle varietà difficili da innestare, crea infatti un innesto “a pettine” differente da quello a omega classico. Celerina Plus inoltre si pone l’ambizioso obiettivo di scongiurare l’avvento di fitopatologie fatali come il mal dell’esca nebulizzando un disinfettante specifico sulla “ferita” tra i due pezzi di legno (mi riservo di scrivere un nuovo pezzo su “come nasce una barbatella” in futuro).

Fatte le dovute presentazioni procediamo con ciò che sappiamo. La scelta del portinnesto non è mai casuale e viene fatta in base a una serie di parametri che possiamo riassumere e semplificare in:

  • adattabilità a suoli siccitosi
  • tolleranza nei confronti di asfissia radicale
  • attitudine all’assorbimento minerale
  • capacità di penetrare suolo e roccia o viceversa di distribuirsi più o meno in orizzontale
  • compatibilità tra nesto e portainnesto 

Cosa succeda di fatto sotto terra a noi non è del tutto dato sapere, tuttavia l’osservazione e l’esperienza hanno contribuito a consolidare alcune certezze. La risposta alla domanda se le radici hanno un gusto e quale sia ci arriva di nuovo dall’esperienza. Ho potuto assaggiare lo stesso clone di Chardonnay (R8) coltivato in Franciacorta su portinnesti diversi e il risultato è stato sconvolgente. Messe in conto alcune variazioni date dalle microvinificazioni, ciò che mi ha sorpresa maggiormente è stato individuare alla cieca la combinazione nesto/portinnesto attualmente più diffusa in quella zona. “Sa di Chardonnay della Franciacorta” sono state le mie esatte parole ed effettivamente era R8 su SO4, attualmente il più diffuso… ma la vera domanda è: se anche gli altri erano Chardonnay della Franciacorta io fino a oggi cosa ho bevuto? Chardonnay dalla Franciacorta o SO4 dalla Franciacorta? Probabilmente la risposta più corretta è Chardonnay su SO4 dalla Franciacorta. A conferma del fatto che forse sottovalutiamo troppo spesso il ruolo, e il gusto, delle radici e dovremmo nominarle più spesso.  

E come se questa scoperta non bastasse, possiamo rincarare la dose. Viene lecito chiedersi quali siano gli altri portinnesti che ho assaggiato. Prima di introdurli facciamo un passo indietro. 

Sempre in termini di osservazione non possiamo non aver notato che il clima sta cambiando e che (ma questo lo sapevamo già) non è lo stesso in tutto il mondo. Quindi domandiamoci: perché un portainnesto che va bene in Germania, con un clima continentale, dovrebbe andare bene anche in Italia, dove il clima è sempre più mediterraneo? Non è forse il caso di individuarne di nuovi specifici non più solo per la varietà che ospitano o per il suolo che abitano, ma per il vigneto inteso come vero e proprio ecosistema

Queste domande, che sembrano sempre più delle esigenze, se l’è fatte l’Università di Milano che, con Rauscedo, ha messo a punto quattro nuovi portinnesti “intelligenti". Made in Italy e denominati M1, M2, M3, M4 rispondono bene alle diverse esigenze della pianta in base alla stagione (con prevalenza di umidità in autunno, e clima caldo-secco in estate). Fin dalle prime sperimentazioni sembrano essere piuttosto performanti e rispondere adeguatamente, senza troppi compromessi, alle esigenze dei vigneti italiani. Limitano la vigoria garantendo un adeguato accrescimento dell’apparato radicale, portano a maturazione i frutti della pianta, resistono alla presenza di calcare e salinità.  

All’assaggio non hanno deluso, sebbene per me riconoscere la zona non sia stato possibile (e forse non è del tutto un male). Volendo premiarne uno su tutti, in base alla mia esperienza, quel premio va a M4 che è parso essere il giusto compromesso sia in termini di performance produttive che di piacevolezza alla beva ed espressione varietale. Il clima sta cambiando, siamo dunque destinati a veder cambiare anche il gusto dei nostri vini? Non ho una risposta certa ma la intuisco. Concludo dunque con una citazione sentita durante lo scorso Congresso Nazionale Assoenologi usata dal direttore Paolo Brogioni: “Sono pronto ad andare ovunque, purché sia in avanti” cit. David Livingstone. 

Credo che questo sia lo spirito migliore per affrontare presente e futuro.  

Mi sembra di aver scritto tanto ma in realtà, mentre conto le battute di questo articolo, mi rendo conto che è davvero tutto ancora da scrivere. Un sincero ringraziamento va al Dott. Ermanno Murari per l’accoglienza e la conoscenza che padroneggia bene tanto quanto è ben disposto a condividerla. E a Tiziano Castagnedi, Tenuta Sant’Antonio, per aver organizzato la visita e aver stappato una magnum di Vecchie Vigne Soave doc 2011, in forma smagliante. Un vino che è un’autentica certezza in un mondo in cui tutto, inevitabilmente, cambia. 

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