L’Albero della Vita

di Giuseppe Mazzocolin 16/05/18
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mezzaluna fertile Ebla L’Albero della Vita

Un percorso storico per sottolineare la centralità dell’olivo e dell’olio nella cultura mediterranea, a partire dal Terzo Millennio a.C. nella città di Ebla.

Una sapienza primordiale che onora la specie umana ha posto la cultura dell'olivo e dell'olio al centro della vita organizzata in ciascuna delle terre e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Illuminare, nutrire, ungere, curare, sono le funzioni primarie che ne distinguono l'essenza e ne promuovono la diffusione "fino agli orli della fascia desertica" (Huxley).

La domesticazione dell'olivo, il più affascinante incontro e confronto tecnico dell'uomo con un albero che dà frutto, "l'albero della vita" come è stato chiamato, ha avuto inizio presso le antiche popolazioni mesopotamiche e sulle vie carovaniere che collegavano lungo l'Eufrate il Mare Mediterraneo all'Oriente.

In quel lembo di terra al confine di tre continenti che i Romani avrebbero chiamato "Mezzaluna Fertile", per iniziativa di agricoltori illuminati "dotati di immaginazione e capaci di vedere lontano" (Toymbee), prendono vita quelle forme culturali, a cominciare dalla scrittura, che nella storia dell'uomo hanno valore di archetipi. Proprio così, scrittura e agricoltura segnate dallo stesso destino.

Nel Paese dove l'orzo e il frumento hanno il loro luogo di origine, la centralità economica dell'olivo è documentata nella Biblioteca Reale di Ebla già nel Terzo Millennio a.C. e, allo stato attuale delle ricerche, possiamo affermare senza esitazione che Ebla è stata la prima città dell'olio. Di sicuro la scoperta archeologica più importante del Novecento ad opera della valorosa missione archeologica italiana guidata dal professor Paolo Matthiae, che ha riportato alla luce dopo anni di ricerche a Tel Mardīkh l'intero archivio, il più ricco mai trovato, e rivelando al mondo "un terzo polo di civiltà insieme a Egitto e Mesopotamia con centro in Siria, in un luogo non lontano da Aleppo, la millenaria".

Sono le parole del grande assirologo Giovanni Pettinato che ne fece le prime traduzioni, messe subito a disposizione della comunità scientifica internazionale, accompagnate successivamente da un enorme lavoro di studio e di approfondimento. Oltre diciassettemila tavolette d'argilla incise in caratteri cuneiformi in una nuova lingua semitica (la prima mai scritta) rivelatasi affine al fenicio e all'ebraico, con lettere diplomatiche, testi letterari e scientifici, trattati economici e dizionari bilingui, rendiconti e contratti internazionali, molti dei quali relativi alla vendita di significative partite di olio.

Maestri indiscussi nell'arte del commercio, gli Eblaiti avevano sviluppato un considerevole numero di agenzie in città e regni del Vicino Oriente Antico, dalla Palestina all'Egitto, dalla Turchia all'Iran e al Golfo Persico, dove scambiavano prodotti tessili e metallurgici, raffinati gioielli e preziosi manufatti, riuscendo perfino a garantire la stabilità dei prezzi nel rapporto della moneta (d'argento) con l'oro.

La domanda di olio era certamente altissima. Tra i reperti rinvenuti nel Palazzo Reale figura una lampada di alabastro, dono del faraone di Chefren con inciso il proprio nome. Ne avranno consumato tanto di olio lampante nei diversi cantieri per erigere e ornare di figure e geroglifici gli interni di quella famosa piramide! Per soddisfare le richieste che giungevano da un'area tanto grande, disponevano di considerevoli piantagioni e migliaia di cisterne e prima di tutto l'olio doveva essere riconosciuto di qualità. Come l'acqua. In una tavoletta vi è un affascinante accostamento tra le due parole, poste, anzi, incise una accanto all'altra con sublime realismo nel testo cuneiforme, per avvertire di una severa penale nel caso il prodotto fosse giudicato "cattivo". Veniva dunque proclamata, per la prima volta nella storia, l'inviolabile "sacralità” di due risorse primarie per la vita di una comunità, assurte a simbolo di convivenza e di rispetto reciproco.

È quello infatti il tempo della prima urbanizzazione, della grande "rivoluzione urbana", come è stata chiamata, che nel Terzo Millennio si andava affermando in Siria come tra i Sumeri in Iraq. “Un vero e proprio laboratorio dove venivano sperimentati con successo modelli socioeconomici che hanno determinato svolte epocali nella storia del genere umano" (Pettinato) e da cui prenderanno impulso, molti secoli dopo, la civiltà minoica e greca, quella ebraica ed araba, quella romana ed etrusca.

C'è però un aspetto da considerare con particolare attenzione e che ci aiuta a capire la natura della regalità ad Ebla, dove l'olivo è al centro di una società particolarmente evoluta e aperta al mondo. Com'è noto l'"Unzione", nelle società teocratiche del tempo, era riservata a tre categorie di persone: i sacerdoti, i re e i profeti. L'olivo è pianta eliofila per eccellenza e con l'olio la persona si intride di pure forze solari, dello spirito dell'essere del Sole, della totalità organica del sistema planetario compresa la terra, e attiva in sé una consapevolezza "cosmica", un'assunzione di responsabilità pubblica per ispirare, reggere, orientare la vita e le sorti dell'umanità.

Si è persa oggi la comprensione di queste cose che erano del tutto usuali. Una una visione metafisica del mondo tramandata nel corso del tempo, una concezione della realtà "come un tutto" che permane ancora nel cuore dell'Umanesimo, agli esordi della rivoluzione scientifica moderna.

Ed ecco la novità che il Pettinato mette più volte in luce nel suo denso lavoro di ricerca: a Ebla il potere regale era appannaggio della regina, quindi della donna; il sovrano diventava tale non per discendenza dinastica, ma per matrimonio con la regina, vera e unica detentrice della regalità". L'unzione le viene riservata con "versamento dell'olio" sul capo, così si legge nei testi, il giorno stesso del matrimonio. Il rituale è religioso, ma la struttura di potere è essenzialmente "laica" a differenza della Mesopotamia e dell'Egitto dove i sovrani erano incarnazioni del mondo divino.

In quella città la donna ricopriva un posto di rilievo e di prestigio: uguale salario se non superiore a quello dell'uomo, accesso alle più alte cariche dello Stato, parità fiscale sulle tasse versate all'erario. Non si tratta di mera erudizione, ma percezione dei segni di un lontano passato che, tra sabbie e strati di macerie, ci restituisce inaspettati lampi di attualità, ci aiuta a conoscere meglio noi stessi e a ricordare che proprio la donna ha avviato le prime forme di agricoltura e artigianato, costituendosi appunto "regina" accanto all'uomo.

Ora che le competenze agronomiche e le tecniche estrattive permettono di raggiungere livelli qualitativi impensabili fino a pochi anni fa, l'auspicato riscatto economico delle più belle realtà olivicole, attende una risposta di conoscenza e cultura. A cominciare dal nostro Paese e magari idealmente proprio dalla mitica Ebla.

Fatalmente innervata nel cuore del Mediterraneo con il suo straordinario patrimonio olivicolo che, ora lo sappiamo, non è mera parte del paesaggio ma sostanza prima di elevazione morale, l'Italia ha una chance storica ineludibile.

Fugando tentazioni localistiche e senza cedere alla malizia delle classifiche, potrà mantenersi fedele a quella ‘matrice’, a quel punto di convergenza delle prime grandi civiltà, patria dei primi padri del nostro Occidente, e dare inizio a un appassionante e serio lavoro sulla memoria.

L'olivo con la sua longevità che oltrepassa i millenni, oggi il più efficace baluardo naturale contro l'avanzata del deserto, non teme il confronto con il tempo, chiede presenza, vicinanza, cura ed è forse per questo che il Qohelet lo identifica con la Sapienza.

I tempi sono maturi per vedere la nascita in tutto il continente europeo di una rinnovata disponibilità all'incontro fattivo con popoli e culture che spesso abbiamo guardato con superbia e che invece, grazie all'olivo, sentiamo ormai parte di una medesima vicenda.

(Inizialmente scritto per “Olissea”)





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