Il Concorso Mondiale dei Vini di Bruxelles a Brno

di Francesco Annibali 06/10/20
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Il Concorso Mondiale dei Vini di Bruxelles a Brno

A conclusione di un concorso internazionale perfettamente organizzato, l’impressione è che possiamo rimanere protagonisti in questo mondo, a patto di ostracizzare la sottocultura del vino difettato.

Dal 2 al 6 settembre si è svolto a Brno, in Cechia, il Concorso Mondiale dei Vini di Bruxelles, una delle maggiori competizioni enologiche internazionali, nella quale 250 esperti (importatori, enologi e giornalisti a farla da padroni) provenienti da tutto il mondo valutano rigorosamente alla cieca vini di ogni provenienza, da Bordeaux alle zone più remote della Cina. Quest’anno ho avuto il privilegio di partecipare, ed è stata una esperienza di notevole arricchimento professionale, grazie anche ad una organizzazione francamente perfetta.

Uno sguardo ai vini cechi

Prima delle degustazioni, due parole sui vini cechi “che hanno un grande problema: la birra ceca è la migliore del mondo e costa pochissimo”, come dice Luboš Bárta, giornalista di Praga esperto dei vini del suo paese.

La Cechia vanta una industria enologica che risale a prima dell’Impero Austro Ungarico, anche se la qualità nella seconda parte del Novecento era crollata, “perché se tutto è di tutti, nessuno si prende cura di niente”.

Con il crollo del regime comunista il consumo di vino è cresciuto notevolmente, ed oggi i cechi bevono molto più vino rispetto a 50 anni fa. La produzione resta quantitativamente modesta, a netta prevalenza bianchista viste le latitudini.

Tra i bianchi meritano un assaggio i Gewürztraminer, affumicati e mai pesanti; l’autoctono Pálava, pieno e vibrante, vagamente altoatesino nel carattere; e i Ryzlink (Riesling renani), affusolati e freschi ma quasi rotondi nel finale. Buoni i Pinot Bianco, i Pinot Grigio e gli Chardonnay, anche se quasi sempre si tratta di vini solo varietali.

Non male nemmeno i Pinot Nero, leggeri e affumicati nei casi migliori, mai crudi né troppo amari (che è un po’ il limite che questo eccezionale vitigno spesso rivela nei climi settentrionali) e gli spumanti metodo classico, capaci di reale complessità.

Ma il vero asso nella manica dei vini cechi sono i frizzanti metodo Ancestrale, espressivi, agrumati, rustici il giusto e mai difettosi: l’impressione è che già adesso si tratti di una tipologia nella quale la Cechia primeggia a livello internazionale. Sono convinto che ne sentiremo parlare. Del resto la Cechia ha una cultura di bollicine eccezionale, e la cosa evidentemente aiuta.

Alla cieca si vede benissimo

L’organizzazione delle degustazioni del Concorso Mondiale è stata semplicemente perfetta: tutti i vini sono stati serviti a temperatura ideale (anche i rossi e la cosa non è affatto scontata), e i sommelier hanno svolto il lavoro in maniera esemplare.

Condizioni necessarie per svolgere al meglio il nostro lavoro: ogni giorno ciascuna commissione ha valutato circa 50 vini divisi in batterie tematiche. Con un importante particolare: al momento dell’assaggio i giudici non sapevano nulla sui vini, tranne ovviamente il colore. Una modalità di degustazione alla cieca che permette non tanto di cogliere al meglio il singolo vino, quanto la singola batteria. Tanto per fare un esempio: i Cava sono caratterizzati da note vegetali/lattiche e sfumature di naftalina, e hanno le note biscottate in secondo piano.

Una modalità – la cieca totale suddivisa per batterie tematiche di zona - che permette di fare tante belle scoperte: i Monastrell di Valencia, carnosi, colmi di note di datteri e prugne, aiutati da un filo di residuo zuccherino che dona piacevolezza; i macerati carbonici di Marocco (che è il secondo produttore di vino dell’Africa dopo il Sud Africa) e Algeria, leggermente meno colorati e succosi di quelli della Francia mediterranea ma quasi allo stesso livello; i bordolesi rumeni, vellutati, fruttatissimi, con le note erbacee quasi assenti e potenti finali balsamici; i Touriga Nacional di Lisbona, scuri, quadrati, speziati, con un controllato tocco di brett; fino ad arrivare a due grandi sorprese come i Côtes du Rhone Villages a base syrah, una miniera di best buys, e i Merlot messicani, una sorta di Valpolicella Ripasso con una nota fantastica di panpepato/medicinale dolce e un carattere realmente emotivo. Vini nei quali la tecnica serve unicamente a svelare il reale carattere di vitigno e territorio.

Competitor da tutti i fronti

Chiaro non sono mancate batterie deludenti, e non solo da zone nuove. Tuttavia, volendo fare un discorso di parte e guardando solo al meglio, l’impressione è che l’Italia debba guardarsi non solo dai competitor classici, ma anche da nuovi e inaspettati. Tanto per dirne una: parlando con i colleghi, tra le cose più sorprendenti ci sono stati gli Chasselas svizzeri, i rossi macedoni simil Amarone e gli ambiziosissimi bordolesi cinesi, figli di capitali e competenze europei.

Una gara nella quale siamo e rimarremo protagonisti assoluti, a patto di sigillare in soffitta alla velocità della luce quella sottocultura del vino difettato che ha preso piede in alcuni ambiti nostrani.





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