Soave Terroir

di Sissi Baratella 03/11/20
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vendemmia con muretti a secco Soave

Finalmente è disponibile Soave Terroir, la nuova “Bibbia” per il Soave e per i suoi produttori, come piace definirla ad Aldo Lorenzoni, per 22 anni direttore del Consorzio. 

Questo volume è il frutto di un percorso di studio lungo 20 anni. Finalmente tangibile e consultabile, racconta per filo e per segno le 33 unità geografiche aggiuntive del Soave, che, poeticamente parlando, ci piace chiamare Soave Cru. 

Con questo potente strumento per le mani i vignaioli di questa area possono orientarsi in maniera sempre più disinvolta e consapevole verso la produzione di vini da sottozone dalle caratteristiche ben definite. Obiettivi per il futuro sono quindi due: preservare le tipicità date da terreno, altitudine e esposizione; giocare su longevità del vino e dei suoi elementi distintivi. Far sì che, anche dopo qualche anno in bottiglia, quegli elementi distintivi siano ancora presenti, evoluti sì, ma identificabili. 

Che ai vignaioli del Soave la longevità sia un concetto caro è un dato di fatto. Infatti ogni anno, accanto a Soave Versus (manifestazione del Consorzio di Tutela, quest’anno tenutasi in forma ridotta), coesiste sempre Soave Seven, la manifestazione, aperta anche al pubblico, organizzata dalla Strada del Vino Soave, che si pone l’obiettivo di raccontare il vino nella versione “oggi” e “ieri”, ovvero con almeno 7 anni sulle spalle. Sarò breve nel riassumervi le mie impressioni sulla longevità della garganega e quindi del Soave. Su più di 30 aziende degustate, devo dire che l’effetto WOW per le vecchie annate è stato discontinuo. Ma siccome lo stupore per alcune etichette c’è stato davvero questo mi ha fatta pensare. Garganega e Soave sono effettivamente in grado di invecchiare, ma necessitano degli strumenti giusti per farlo. 

Tra gli strumenti sicuramente primeggia questo nuovo volume che ha letteralmente fatto le radiografie ai vigneti. Sono certa quindi che non mancherà, d’ora in poi, maggiore consapevolezza da parte del vignaiolo che già dal campo saprà come lavorare nell’ottica di preservare le tipicità di quel cru. 

E per quanto riguarda la cantina? Come fare per preservare nel tempo piacevolezza del vino ma anche le peculiarità dei cru stessi? A tal proposito direi che uno e un solo alleato primeggia su tutti: il tappo. Ottimi sugheri hanno lavorato benissimo in termini di longevità, alcuni un po’ meno andando ad appiattire le complessità del vino e a far morire anzi tempo la sua vivacità. Ma chi ha lavorato meglio, a mio avviso su tutti, è stato il tappo a vite, che ve lo dico a fare. L’ho provato sulla mia pelle assaggiando Otto 2019 e 2010 di Prà. Nessuna deviazione, riconoscibilità dell’annata e dell’etichetta. Profumi e aromi ancora legati alla frutta fresca e alle erbe di campo, da quelle più erbacee alla camomilla. Lungo nel sorso e composto in bocca. Che possa essere il tappo a vite il nuovo insostituibile alleato del Soave nel futuro? Lo scopriremo… 

Tra i migliori assaggi: Vicentini, Roccolo Grassi, Corte Sant’Alda, Coffele, Tenuta Sant’Antonio, Gina, Inama e Balestri Valda. 

Tra i “saranno famosi” (non me ne vogliano per questo nome), cioè le aziende che al momento non avevano ancora vecchie annate da proporre in degustazione, fanno capolino i giovani Federico Zambon e Alessandro Benini; intrigante anche l’assaggio di Corte Canella, garganega con un 20% di trebbiano di Soave da leggero appassimento. Su come evolveranno ne riparliamo tra qualche anno! 

Qui sopra, il cru Castelcerino. In basso il cru Castellaro.





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