Sergio Manetti e la sua protesta liquida

di Daniele Cernilli 16/10/19
1874 |
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Sergio Manetti 1993

Sergio Manetti, quando uscì con Le Pergole Torte, creò un vino estremamente innovativo per l’epoca, da sole uve sangiovese.

Sono passati quasi diciannove anni da quel tristissimo 14 novembre del 2000 quando Sergio Manetti ci ha lasciato. Era già un po’ di tempo che stava male, nell’ultimo periodo quasi non riusciva a parlare. Scriveva ancora, però, sempre molto bene. Perché Sergio non era solo un produttore di vino, era soprattutto un uomo colto e raffinato, che tenne addirittura una rubrica di gastronomia colta sull’edizione de La Repubblica di Firenze appena nata. Poi, sì, produceva vino nella sua tenuta di Montevertine, fin dal 1971. Gli dava una mano Giulio Gambelli, assaggiatore sommo e grande winemaker ante litteram. Ed era un uomo dalle forti convinzioni, assertivo, persino polemico qualche volta. 

Quando Carlo Petrini, che allora era curatore della guida Gambero Rosso – Slow Food gli disse che il Le Pergole Torte del ’93 non avrebbe avuto i tre bicchieri e che quell’anno ne avrebbe presi solo due, gli rispose che due bicchieri poteva anche infilarseli nel c…  Petrini se ne ebbe a male, con qualche ragione, francamente, tanto che amici comuni, fra i quali il sottoscritto, dovettero fare da pacieri. 

Già, il Le Pergole Torte, un grande rosso da sole uve sangiovese che oggi passa per essere uno dei capisaldi della tradizione toscana. Maturato prevalentemente in botti grandi, proveniente da un vigneto di Radda in Chianti collocato a circa 400 metri sul livello del mare, vicino alla via della Volpaia, quando uscì per la prima volta sostituì il Chianti Classico Riserva, mi pare nel ’75. “Ma ti pare che vada a rovinare il mio vino mettendoci dentro delle uve bianche? Io lo faccio come credo sia meglio, poi se quelli del Chianti Classico non mi vorranno più farò un vino da tavola, senza Doc. Chissenefrega della Doc!”. Me le sento ancora nelle orecchie le sue parole, la sua voce un po’ rauca, la sua faccia che diventava rossa per la foga. 

Se ci penso ora, Le Pergole Torte era davvero un vino innovativo, quasi rivoluzionario. Una protesta liquida, un emblema di cosa doveva essere la qualità persino al di là della tradizione chiantigiana, che non è stata mai per il monovitigno. Almeno prima di lui. C’erano stati, è vero, dei tentativi. Enzo Morganti e lo stesso Gambelli a San Felice avevano fatto il Vigorello nel ’68, da sole uve sangiovese. Poi Fabrizio Bianchi nel ’74 fece il Sangioveto di Monsanto. Ma quasi sottovoce, quasi per passare inosservati. Sergio no. Sergio le sue scelte le sosteneva con vigore, costasse quello che costasse. 

Il secondo vino, il Montevertine, sempre sangiovese in purezza, per anni lo chiamò Montevertine Riserva, ben sapendo che non avrebbe potuto, che il disciplinare dei vini da tavola non permetteva di mettere quella dizione in etichetta. “Pago la multa ogni anno, un paio di milioni che vuoi che siano, ma quel vino è più buono di quasi tutti i Chianti Classico Riserva, e allora lo voglio chiamare così”. Non c’era niente da fare. 

Era un grande amico di Gino Veronelli, quasi coetaneo, lui del ’21, Gino del ’27. Avevano molti punti in comune, ma uno proprio no. Sergio, sembra incredibile, adorava la Coca Cola, che per Gino era Belzebù in bottiglia. Non so quante volte li ho sentiti litigare sul tema. 

Domani su Doctorwine, con la collaborazione di Livia Berardelli, raccontiamo una verticale di Le Pergole Torte, dal ’96 al 2016 . Quasi tutte annate che hanno visto Martino Manetti al timone dell’azienda, prima con Gambelli e poi con Paolo Salvi, il più “gambelliano” degli enologi. Mi rimane un dispiacere, quello di non essere riuscito all’epoca a far premiare con i tre bicchieri il Le Pergole Torte del ’97. La commissione che si occupava dei vini del Chianti Classico lo giudicò frettolosamente. Quel vino uscì sul mercato appena prima che Sergio ci lasciasse. Avrebbe potuto essere un’ultima piccola soddisfazione per lui ed è stato un peccato non avergliela data.

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