Ricordi dai Vinitaly

di Daniele Cernilli 27/04/18
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Quella del 1980 è stata la prima edizione di Vinitaly alla quale è andato il direttore Daniele Cernilli, all'epoca giovanissimo ma già appassionato di vino.

Ormai il Vinitaly è un appuntamento fondamentale per il mondo del vino italiano da oltre mezzo secolo. Il mio primo fu quello dell’aprile del 1980, era la tredicesima edizione e ancora contendeva al Bibe di Genova la leadership come più importante manifestazione vinicola italiana. Un Vinitaly pionieristico, grande un quinto di quello di oggi, che presenta quasi 4.400 espositori. (A proposito, per la 52a edizione conclusa da poco, numeri davvero da record: 128 mila visitatori da 143 nazioni, di cui 32 mila buyer esteri, per non parlare del grande successo di Vinitaly and the City, quasi 60 mila appassionati e wine lover tra Verona e i tre borghi storici della provincia: Bardolino, Valeggio sul Mincio e Soave, ndr).

L’appuntamento, per quello e per alcune edizioni successive, era sempre il solito: Padiglione 8, stand della Vide, acronimo per Viticoltori Italiani d’Eccellenza. I “veronelliani” andavano tutti lì. Io alle prime armi, Cesare Pillon, Gianni e Paola Mura, Alberto Zaccone. Ovviamente Gino Veronelli. Tutti accolti con materna gentilezza da Marta Galli, proprietaria de Le Ragose, piccola ma ottima cantina della Valpolicella ad Arbizzano di Negrar, che, essendo veronese, ci teneva a fare da padrona di casa riuscendoci perfettamente. Marta non c’è più, è scomparsa prematuramente già da diversi anni, ma ancora ricordo bene il suo sorriso e il suo straordinario senso di ospitalità.

La Vide era un’associazione di piccoli produttori, a presiederla c’era Ugo Contini Bonaccossi, conte e proprietario della Tenuta di Capezzana a Carmignano, scomparso anche lui 6 anni fa. Segretario era Vittorio Fiore allora giovane enologo di belle speranze. Tra gli associati un ragazzo che si chiamava, e si chiama, Maurizio Zanella, poi Mario Schiopetto, Marco Felluga, Marco de Bartoli, Cosimo Taurino, Carlo Nerozzi de Le Vigne di San Pietro, l’avvocato Cignozzi allora proprietario della Tenuta Caparzo a Montalcino, ma cito a memoria e sono passati tanti anni. Molti di loro sono diventati poi famosissimi, altri non ci sono più.

Seconda tappa lo stand di Braida, da Giacomo Bologna, vulcanico, intelligentissimo produttore di Barbera d’Asti, scomparso nel 1990, e che dieci anni prima era uno dei protagonisti incontrastati della scena vitivinicola nazionale. Da Angelo Gaja si andava in punta di piedi, Sassicaia si poteva assaggiare da Antinori che allora lo distribuiva, Giannola Nonino era pure lei alla Vide, anche se faceva grappa, perché era cooptata come vignaiola onoraria.

Insomma un panorama ben diverso, molto più piccolo, di quello che si può trovare oggi. Perché oggi il Vinitaly è di gran lunga la più importante manifestazione del mondo per i vini italiani e una delle maggiori in senso assoluto. È vero, la ProWein cresce bene ed è molto organizzata, ma è in Germania, dove i vini italiani non hanno lo stesso peso che da noi. Il Vinexpo di Bordeaux è sempre di più una manifestazione dedicata ai vini francesi, che la fanno da padrone e ci relegano al ruolo di sparring partners.

A Verona i produttori italiani giocano in casa ed è importante per loro capirlo bene. Poi si potranno migliorare le tribune e il manto erboso, ma è bene tener presente che mai come al Vinitaly si riesce a fare promozione in modo efficace, proprio perché il focus è essenzialmente sui vini italiani. Chi va a Verona lo fa per conoscere, selezionare o magari farsi un’idea per i futuri acquisti di vini italiani. Sono cose che non vanno sottovalutate.

Quando sento qualche produttore dire che non va più a Verona perché non serve più a niente mi viene in mente che non ho mai sentito un suo collega francese parlar male del Vinexpo. Poi mi ricordo anche dell’entusiasmo dei primi anni, e nel 1980, vi assicuro, non si vendeva molto vino di qualità e quelli che provavano a produrlo facevano una gran fatica a venderlo.





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