Quel Brunello del ‘64

di Daniele Cernilli 12/08/13
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Quel Brunello del '64

All’inizio del 1978 ero proprio alle prime armi con il vino. Frequentavo alcune enoteche romane, Buccone in via di Ripetta, Costantini a Piazza Cavour, che ancora esistono, poi quella di Ennio Quadrozzi in via Ostiense, che ha cambiato gestione. Oltre ad avere una buona selezione di etichette, non erano troppo lontane dalla fermata di un autobus che passava vicino alla mia abitazione dell’epoca, e quindi potevo caricarmi borse di bottiglie senza faticare troppo per il trasporto. Avevo 23 anni ed una Cinquecento ai mezzi con mia madre. Ma soprattutto pochi soldi in tasca. Compravo a mille lire bottiglie di Merlot e di Cabernet di Bossi Fedrigotti, la Barbera d’Alba di Oddero, il Chianti Classico Savignola Paolina del ’76, annata pessima e prezzo basso. Ce ne volevano millecinquecento per il Tenuta Col d’Orcia Rosso, antesignano del Rosso di Montalcino, che ancora non esisteva, e più di tremila per il Barolo dei Fratelli Barale, il primo che ho bevuto, quello del ’71. Ma da mesi adocchiavo una bottiglia, costosissima, di un vino al quale Luigi Veronelli aveva dato valutazioni altissime e del quale tutti gli esperti dell’epoca parlavano come di un mito. Costava ben 105 mila lire, l’equivalemte di 400 litri di benzina e di mille biglietti del tram. Tra i 600 ed i mille euro di oggi. Una follia, soprattutto per quei tempi nei quali fra austerity appena passata (era nel ’73, per chi se lo ricorda) ed anni di piombo con contestazioni, scioperi e terrorismo c’era davvero altro di cui preoccuparsi. Ma la passione è passione. Irrazionale, totalizzante, ed io, che avevo conosciuto da poco il vino e scambiavo lettere con Veronelli, che ritenevo un punto di riferimento ideale, quasi come Weber, Croce o Marx, non sentivo ragioni.

Così m’inventai un modo per guadagnare quei soldi e per comprarmi l’oggetto del mio desiderio. I miei avevano un negozio di mobili ed erano concessionari, insieme ad altri mobilieri romani, di una ditta che produceva delle librerie componibili, molto moderne per l’epoca. Li convinsi tutti a fare un’operazione di volantinaggio nei principali parcheggi della città per pubblicizzare la cosa e mi diedero retta. Per due settimane io ed un gruppo di amici inondammo Roma di volantini, mettendoli sotto i tergicristallo delle auto in sosta. A tre lire per volantino ne mettemmo giù più di centomila. Ed io, che ero il capo, mi appropriai di qualche soldo in più perché avevo trovato il lavoro. Non era molto etico, ma ne avevo bisogno per comprare quella bottiglie. Quando li ebbi in mano entrai trionfante da Quadrozzi e dissi con orgoglio: “vorrei il Brunello di Montalcino Riserva ’64 di Biondi Santi”. “Ma lo sai quanto costa?” mi rispose sbalordito il commesso dandomi del “tu”. “Lo so, lo so, non si preoccupi”. La prese con cura dallo scaffale, spolverandola leggermente con delicatezza. Era lì da almeno sei o sette anni, e del resto, con quel prezzo…Poi la incartò nella carta originale e la mise in una confezione di cartoncino nero, a forma di tubo, con l’etichetta del vino stampata sopra. La portai a casa e la misi a posto con attenzione, coricata, sopra alle altre, al buio. Vivevo ancora con i miei, e non potevo immaginare cosa sarebbe successo solo un paio di giorni dopo.

La domenica successiva mia madre aveva ospiti. Presentò a tavola un sontuoso brasato di manzo al vino rosso e mi disse candidamente: “Ho usato quel vino vecchio che avevi portato a casa. Ho pensato che ormai si poteva usare solo per cucinare un brasato. Però sai che era ancora buono? Ne ho bevuto l’ultimo bicchiere cucinando”. Ci vollero altri vent’anni per poterne finalmente bere una bottiglia. Accadde a casa di Franco Biondi Santi a Montalcino. Gli raccontai la triste storia e lui, mosso a compassione, mi regalò una bottiglia di quel Brunello, dopo averne aperta una per pranzo.

 Quella bottiglia l’ho ribevuta altre volte, oggi costa circa 3.000 euro, ma in rete si può trovare anche a molto meno. Io però ce l’avevo e l’ho aperto. Il tappo era stato già sostituito nel 1997, perciò tirarlo fuori non è stata un’impresa troppo difficile. L’ho stappato qualche ora prima, non il giorno prima come vorrebbe Franco Biondi Santi, esagerando un po’, secondo me. Tappo perfetto, solo un pochino di tartrati che fanno quasi luccicare la parte che era a contatto con il vino. Non caraffo, servo in bicchieri di media ampiezza, quella da Sangiovese, con grande attenzione. Il finale è un pochino velato, ma ricordo che Franco Biondi Santi quello lo vuole per lui. “E’ la parte migliore, c’è tutta la sostanza del vino” dice sempre. Allora lo divido per i quattro bicchieri e finisco la bottiglia senza scuoterla mai. La magìa dei grandi vini inizia quando scendono lentamente nel bicchiere e si sente il profumo nell’aria. Amarena sotto spirito, tabacco, forse lampone, poi goudron, sentori affumicati. Uno spettacolo. Così come il colore. Lievemente velato, è vero, ma di un granato vivo, luminoso, non certo concentrato, con l’unghia fra il rosa antico e l’arancione. Risento i profumi. Nel bicchiere sono più nitidi e precisi, ma ricalcano le sensazioni precedenti. Forse c’è qualche nota di viole essiccate, e qualche accenno appena balsamico. Non come nella Riserva del ’75, però. Assaggio. Subito mi colpisce una componente di acidità composta ma fresca, evidentissima, da vino molto più giovane. Fa quasi salivare, ed accompagna la silhouette gustativa per tutto il suo percorso. Qualche accenno tannico, ma in secondo piano, ed una persistenza sottile, elegantissima, agile e molto lunga. Qualcuno direbbe che è l’identikit di un grande Sangiovese, Invece no, Non è Sangiovese, è Brunello del Greppo. Così come il La Tache non è Pinot Nero, è La Tache, diverso da Romanèe Conti, diverso da Richebourg. A questo livello le definizioni non possono essere generiche.

Picasso non è“un cubista”. Certo, è“anche” Sangiovese, ma a quell’epoca forse era anche un po’ di Canaiolo, come accadeva sempre a Montalcino. Ora non si può più fare ed al Greppo sono stati costretti a spiantare una ventina di viti di Canaiolo e di Colorino vecchie di mezzo secolo perché tenerle sarebbe stato contrario al disciplinare di produzione. Non è neanche il caso di commentare. Ma torniamo al vino, che evolve nel bicchiere, come solo i grandissimi possono fare. Tabacco nero al naso, qualche nota minerale, più velluto in bocca, con il tempo ci si abitua a qualche residuo spigolo acido e lo si sente meno. Alla fine la sensazione è che il vino finisca troppo presto. E la seconda bottiglia non c’era, maledizione. Cento





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