La mia prima volta in Chianti Classico

di Daniele Cernilli 17/11/16
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La  mia prima volta in Chianti Classico

Tratto in parte da Memorie di un assaggiatore di vini, Einaudi 2006.

Chi non ha mai sognato almeno una volta di mollare tutto e di andare a vivere nella campagna toscana? Una volta si sarebbe persino potuto fare con una certa facilità, perché i prezzi dei terreni e dei casali non erano certo quelli stellari di oggi. In particolare dopo la devastante gelata del 1956 che distrusse gran parte dei vigneti e degli uliveti nella regione, le campagne vennero in buona parte abbandonate, molti di coloro che lavoravano la terra trovarono occupazione nelle industrie meccaniche e di pelletteria che nascevano in quel periodo nella valle dell’Arno, e molte piccole proprietà rurali furono svendute per quattro soldi. Questo fenomeno determinò un cambiamento epocale, con gente che veniva anche da fuori regione, quando non addirittura dall’estero, che nei fatti colonizzò parte delle campagne, restaurò case, rimise in sesto i vigneti e ricominciò a produrre.

Accadde soprattutto nell’area del Chianti Classico, ma anche i territori di Montalcino e di Montepulciano ne furono in parte coinvolti. Detto questo, bisogna anche ricordare che la coltura della vite in Toscana ha tradizioni antichissime. Risale come minimo agli Etruschi e molti toponimi di paesi e di vigneti tradiscono origini romane e medioevali. Il cuore vitivinicolo è senza dubbio il Chianti, vasta subregione della Toscana centrale, inizialmente limitata alla zona compresa fra Firenze e Siena, quella che oggi corrisponde al comprensorio del Chianti Classico, ma che nel corso dei secoli è stata allargata anche alle province limitrofe, rappresentando attualmente una delle più grandi aree vitate italiane.

Non vi sto a fare la storia puntuale dei vini e delle tradizioni locali, voglio solo ricordare che il granduca di Toscana Cosimo III, nel 1716, promulgò un editto che in qualche modo anticipava di due secoli e mezzo il disciplinare di produzione del Chianti, definendone i limiti territoriali e le sottodenominazioni, questo a tutela del buon nome del vino, che era ampiamente commercializzato ben al di fuori della regione. A quell’epoca esistevano anche la Vernaccia di San Gimignano, vino bianco di origini antichissime, e il Vino Nobile di Montepulciano, ricordato come il migliore del mondo da Francesco Redi, poeta dialettale settecentesco, autore di un ditirambo in versi dal titolo emblematico di “Bacco in Toscana”. Molto antichi sono anche il Carmignano, altro rosso di corpo prodotto ad ovest di Firenze, e il Chianti Rufina, che invece si ottiene dai vigneti delle colline omonime nei pressi di Pontassieve. Del Brunello di Montalcino, invece, c’erano poche tracce due secoli fa. Qualche testimonianza, qualche citazione, non molto di più.


La mia prima volta in Toscana per motivi enoici fu nella primavera del 1979. Dovevo accompagnare Piero Costantini, enotecaro romano per cui di tanto in tanto lavoravo, ad assaggiare e ad acquistare vini alla fiera di Greve in Chianti. Unico guaio: lui  era voluto partire con il furgone da carico, per fare scorte, ed io avrei dovuto aiutare nelle operazioni di “movimentazione” delle casse, con cospicuo dispendio di energie. Ma tant’era, perciò o prendere o lasciare. Ed io, ovviamente, presi. Ci capitò una giornata gloriosa, sole, clima tiepido, una campagna rigogliosa. La piazza di Greve era piena di piccoli chioschi, ognuno dedicato ad una fattoria, dove si potevano assaggiare vini, olio, un po’ di pecorino locale. Una meraviglia, insomma. Dopo un paio d’ore ero quasi sbronzo, visto che all’epoca non avevo ancora chiaro che se si devono assaggiare molti vini è necessario purtroppo sputarli. Però ricordo che selezionammo i Chianti Classico di Volpaia, di Riecine, di Guido Socci e de Le Bocce di Panzano. Alcuni della vendemmia ’77, abbastanza scarsa, ma anche delle riserve del ’75, che invece erano uno sballo. Tutti e quattro erano pressoché sconosciuti. Volpaia e Le Bocce diventarono in seguito famosi, Riecine di John Dunkley e di Palmina Abbagnano, addirittura leggendario, ma il Chianti Classico Filetta di Guidino Socci di Lamole, restò un piccolo gioiello poco noto, come tanti altri piccoli vini, che sono molto considerati in zona e molto meno nella comunità degli “esperti”. Mi vengono in mente i Mercurey di Luc Brintet, in Borgogna, i deliziosi bianchi del Baden di Adelmann, il Pinot Nero Sanford & Benedict nella Central Coast californiana, che solo il film Sideways ha reso famoso.

Ma torniamo al Chianti Classico. A quell’epoca viveva un periodo molto difficile. Pochi i piccoli viticoltori rimasti, troppi i commercianti senza scrupoli, alcune griffe importanti, come Ruffino, Antinori, Ricasoli e Melini. Una pesante crisi di mercato e un’immagine da vino cheap dal quale non ci si aspettava granché. Alla fine degli anni Settanta, una bottiglia da 0,75 si pagava al supermercato assai meno di mille delle vecchie lire, che voleva dire meno di un litro di benzina, per fare un paragone.

Un fenomeno decisamente negativo, che però iniziava a dare segni di controtendenza, anticipati dalla nascita di alcuni vini “diversi”, come il Tignanello di Antinori, il Vigorello di San Felice, I Sodi di San Nicolò di Castellare, Le Pergole Torte di Montevertine e il Sangioveto di Monsanto, che iniziarono a far capire che le potenzialità della zona erano immense. Oggi che i cosiddetti Supertuscan sono un po’ passati di moda, mi sembra giusto riconoscere ad alcuni di loro dei meriti che solo chi non conosce la storia recente del vino toscano può contestare.

Tornando a casa, con il furgone pieno, la schiena dolorante per i molti cartoni “movimentati” e con una strana euforia da assoluto principiante, mi rimanevano negli occhi quei paesaggi, quei vigneti, e anche la sorpresa dei produttori che all’epoca non erano abituati a vedersi piombare in cantina un enotecaro romano che faceva incetta di casse dei loro vini, pagandoli sull’unghia e in contanti. E mi rimase una passione per il Chianti Classico che mi porto appresso ancora oggi, dopo quasi quarant’anni.





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