Il comandante Diego Molinari

di Riccardo Viscardi 03/07/19
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Diego Molinari e Nora Tadros

A distanza di qualche mese dalla scomparsa di Diego Molinari, il fondatore della Cerbaiona, Riccardo Viscardi ne ricorda la personalità e gli insegnamenti. 

In 45 giorni il fato mi ha sottratto due amici conosciuti grazie al vino. Di Fabrizio Piccin ho già parlato; ora vorrei ricordare Diego Molinari, una persona alla quale devo moltissimo, un’amicizia divenuta negli anni per me di fondamentale importanza non solo sul vino. Diego mi dava delle chiavi di lettura degli avvenimenti, delle situazioni che mi succedevano, sempre diverse da tutti gli altri, e nelle soluzioni che non mi proponeva palesemente aveva sempre, e ripeto sempre, ragione. Per non ascoltarlo mi sono fatto male alcune volte. Gli sarò sempre grato per due concetti fondamentali che mi trasmise: il primo fu quello del “giusto bene” e il secondo quello del “pitturare le persone”. 

Non era un chiacchierone, molti diranno che fosse un egoista e forse è vero, ma il tempo che abbiamo passato insieme sul muretto della Cerbaiona, spesso in silenzio per guardare “il mare” verso Pienza, in compagnia “del” Coca Cola, ha avuto un valore qualitativo gigantesco. Il mare, perché secondo lui guardando in là si poteva immaginare di essere sott’acqua, e il cielo sopra noi la superficie del mare. “Il” Coca Cola perché amava definirla al maschile, e amavamo berla insieme.

Il suo egoismo si sposava con valori etici granitici, con una visione della vita molto chiara e una feroce determinazione che lo aveva guidato dalla natìa Pieve Ponte Morone, nel pavese, a Roma all’Alitalia, per poi dedicarsi al vino con risultati strepitosi diventando un punto di riferimento di Montalcino (dove per i suoi trascorsi veniva chiamato “il comandante”). 

Indimenticabili alcune sue annate, 1985 1988 1990 1997 1999 2001 2004 2006 2010, l’ultimo capolavoro mentre l’ultimo vino fu il 2011; poi vendette l’azienda per una cifra elevatissima e questa fu una scelta dolorosa ma non vi era nessuno in famiglia che avesse mostrato interesse verso questa sua Invenzione. Di questo probabilmente si pentì ma era la scelta giusta. Al suo fianco in questa sua avventura vitivinicola Nora, che sposò in tarda età. 

Mi piacerebbe pensare di avere imparato molto sul Brunello di Montalcino in quei sette anni di vendemmie e di vinificazioni insieme facendo io il ragazzo di bottega e lui ovviamente il “comandante”ma probabilmente lui era ancora più “avanti” di quanto vedessi. Come facesse ad avere idee e concetti così innovativi lui che non veniva da studi enologici né chimici non lo saprà mai nessuno, forse era solo un enorme talento, tanta determinazione e una sensibilità enoica fuori dal comune. 

Agli appassionati di vino ha lasciato come testimoni le sue creature, i suoi vini senza tempo e dallo stile inconfondibile, a Montalcino ha lasciato un modo di intendere il territorio e soprattutto un concetto: il tuo migliore alleato è il produttore accanto a te, ne è la prova la bellissima amicizia con Giulio e Mirella Salvioni come con i Mantengoli, proprietari de La Serena che per anni lo hanno aiutato in vigna e che lui spinse a fare vino. Purtroppo questo ultimo concetto, innovativo ma classico nei grandi territori mondiali, non è ancora passato perché a Montalcino il tessuto sociale è labile. Purtroppo la fortuna di essere di e a Montalcino non è compresa da molti e accade che lo sport principale sia parlare male del vicino o instillare chissà che dubbi sulle pratiche enologiche del concorrente; meschinità che spero cambino con le nuove generazioni. Queste meschinità territoriali che si sono viste anche nel suo ultimo giorno su questa terra: gli unici presenti al funerale erano Giacomo Neri (Casanova di Neri), Paolo Bianchini (Ciacci Piccolomini d Aragona), la famiglia Mantengoli, Alessia Salvioni, l’enologo Roberto Cipresso, e poi Marta Ripaccioli e Maurizio Botarelli di Valoritalia. Un po’ pochi rispetto a quelli che vennero alla festa degli ottanta anni di Diego. Così si è ridotta Montalcino, con i vertici del consorzio meravigliosamente assenti. 

Molti produttori mi hanno sempre chiesto come facesse a fare quei meravigliosi Brunello (e anche alcuni Rossi di Montalcino furono eccezionali). Alcuni pensano che ci fosse il mio zampino in alcune scelte; ne sarei orgoglioso ma non fu mai così. I vini erano il frutto della sensibilità di Diego e del naso di Nora. Come nascevano? Il Brunello derivava solo dalla vigna bassa e la selezione delle piante da vendemmiare era meticolosa. Solo nel 1990 si andò dritti a vendemmiare, normalmente  si trovavano dei segnali in vigna su dove fermarsi e da dove ricominciare. Vendemmia in cassette che dovevano riempirsi per 3/4 non di più, e niente foglie dentro. Poi andava tutto immediatamente nei tini in cemento, senza controllo di temperatura e senza aggiunta di lieviti selezionati. La fermentazione partiva in un paio di giorni al massimo, i rimontaggi variavano in funzione dell’annata ma si evitava di sbattere troppo il cappello; le durate erano variabili con le annate e con le temperature e l’umidità dell’aria; quelle venivano guardate. 

Le macerazioni negli anni si accorciarono: mai sotto i 15 giorni mai sopra i 20 ed erano in funzione dell’annata. I Brunello Cerbaiona erano noti per essere vini potenti e longevi. Vero, ma solo due volte hanno superato - e di poco - i 30 g/l di estratti, nel 1990 nel 1997, poi Diego mi disse che anche nel 2003 e nel 2007 si arrivò a quella soglia che però non gli piaceva per nulla. Nora diceva che in quei casi, il naso non diventava “miao”, non faceva le fusa (lei ha un’enorme passione per i gatti, ndr), ed aveva ragione. 

Avendo fatto il giusto bene si svinava, possibilmente con la luna giusta e rigorosamente la sera o in giornate fredde. Andava tutto in botti di Garbellotto da 25 e 30 ettolitri, anche perché in cantina più grosse non entravano, assolutamente ovali e al massimo di 7 anni per il Brunello. Poi arrivavano le nuove e il ricambio non era mai contemporaneo. Calcolate che di solito si facevano 2 botti di Brunello. Il tempo di maturazione in legno variava molto ma mai meno di 30 mesi, anche dopo i vari cambi del disciplinare. 

Per tanti anni si imbottigliò con il camion e si tappò a mano, ma nel ‘92 arrivò la linea di imbottigliamento, finiva una grande festa ma la comodità era massima. Come vedete nessun segreto, o forse per chi sa capire ce n’erano tanti piccoli e grandi, ma una visione molto innovativa. 

Due grandi amici ringraziava Diego: Giulio Gambelli all’inizio dell’avventura e fin quando passava in azienda e dopo gli anni 2000 Valerio Coltellini, enologo e persona di qualità. 

Ciao Diego, non ho detto proprio tutto, ma se non conoscono il diacetile sarebbe inutile menzionare la prova del 10 hl.





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