Emilio e Rosa

di Daniele Cernilli 19/11/15
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Emilio e Rosa

Scrivere degli amici è difficile, imbarazzante e spesso controproducente. “Certo che scrivi di quello, è un tuo amico…”.  E allora anche quando ci sarebbero storie belle da raccontare, ricche di particolari e di episodi che si conoscono proprio perché si è amici, si cerca di evitare, di glissare, per non incorrere in critiche o sospetti. Ma stavolta me ne frego.

Lo dico chiaramente, Emilio e Rosa Rotolo sono miei amici. Sono persino il testimone di nozze di Rosa, quindi se qualcuno ha voglia di farsi prendere dai dubbi faccia pure. Però la loro storia è talmente bella che non si può non raccontare. Da anni vivono a Togliano, vicino Cividale del Friuli. Da quando Emilio ha acquistato la Volpe Pasini, storica azienda vitivinicola dei Colli Orientali che fu fondata addirittura nel 1586. La comprò quasi per caso, era immobiliarista e gli capitò di farlo, come aveva fatto per molte altre proprietà in precedenza. Ma aveva sottovalutato il fascino dei vigneti, del produrre vino. Emilio è di origine calabrese, nato a Tropea, figlio di un famoso pasticcere, laureato in medicina (fu proprio la professione di medico a portarlo in Friuli) e successivamente divenuto esperto in compravendita di immobili. Rosa è veneta, veneziana, anzi. È una donna bellissima, gentilissima ed elegantissima. Ha qualche anno più di Emilio ma sfido chiunque ad accorgersene, visto che ne dimostra molti meno di lui.

Entrambi vengono da passate esperienze matrimoniali, hanno figli e vite precedenti al loro incontro. Ma come raramente accade, almeno così, a un certo punto del loro percorso si sono incontrati e hanno deciso che non avrebbero fatto più a meno l’uno dell’altra. È stata, ed è, una grande storia d’amore, di complicità, di tutto. Anche di vino.

Perché da quando la Volpe Pasini è loro, il fare vino, il farlo meglio possibile, buonissimo, è diventato parte integrante della loro vita. Emilio è un perfezionista. Ha affrontato un mondo che conosceva poco, in una regione di grande prestigio, venendo da luoghi lontani, con il piglio di chi voleva dimostrare a chi lo commiserava ("ma cosa vuoi che combini quel calabrese che non ha mai visto un vigneto decente in vita sua…") che il più forte era lui. Rosa lo ha seguito, sostenuto, incoraggiato solo come una donna innamorata sa e può fare.

Oggi, dopo quasi vent’anni, quando Emilio nelle manifestazioni pubbliche prende la parola e dice “Noi, produttori friulani..” si può ridire solo sulla pronuncia della “o”, che è rimasta aperta, come in dialetto calabrese. Ma non sulle vigne, tenute come giardini, non su quei vini, Pinot Bianco e Sauvignon dello Zuc di Volpe su tutti, non sulle sue capacità imprenditoriali che oggi sono chiare a tutti e sulle quali non ironizza più nessuno.

Da qualche anno è entrato in azienda anche suo figlio Francesco. E’ a lui che Emilio ha affidato i rapporti con la famiglia Schiopetto, con Maria Angela e con Carlo soprattutto. “Sono solo poco più grandi di te, vi capirete meglio di come potrei fare io”. Perché circa due anni fa Emilio ha acquistato anche quella leggendaria cantina, lasciando i figli di Mario Schiopetto nei loro ruoli, e riservandosi solo un compito di rilancio e di controllo amministrativo, ma non pretendendo cambiamenti di carattere viticolo o enologico. “Aveva impostato tutto Mario Schiopetto, c’è solo da imparare. Tu conosci la cantina: la dotazione tecnica, il modo di lavorare, sono ancora all’avanguardia, e i vigneti sono uno spettacolo”.

Essere imprenditore significa saper valutare bene tutti gli aspetti, significa decidere sulla scorta di quelle valutazioni e non semplicemente comandare. Questa è una lezione che Emilio ha imparato bene e i successi che sta avendo gli danno ragione.

Chi l’avrebbe detto solo due decenni fa circa, quando ha iniziato da perfetto neofita un’avventura come questa. Da calabrese trapiantato in Friuli, da medico che diventa viticoltore, da uomo che in età matura ha il coraggio di perdere la testa per una donna e reinventare una vita con lei.

E’ vero, Emilio e Rosa sono miei amici, carissimi amici, ma, ditemi voi, ho fatto così male a raccontare la loro storia?





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