Sono un eno-gastro-qualunquista

di Daniele Cernilli 27/02/17
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Sono un eno-gastro-qualunquista

Gli ultimi editoriali che ho scritto su DoctorWine hanno suscitato molto interesse da parte dei nostri lettori. Molti hanno entusiasticamente approvato, qualcun altro ha invece storto la bocca tacciandomi più o meno velatamente di eno-gastro-qualunquismo. Questo perché ho criticato gli atteggiamenti dei cuochi-star e perché ho definito insopportabili i comportamenti di quelli che ho definito “enofighetti”. Apriti cielo.

Alcuni difensori d’ufficio mi hanno contestato che per diventare come Cracco e Barbieri bisogna fare una gavetta enorme, come se per avere successo in altri mestieri la cosa fosse diversa, e che se poi certi personaggi diventano anche dei testimonial pubblicitari, questo va a loro merito.

Da giornalista io non posso fare pubblicità, se non per scopi benefici, e lo trovo giusto. I medici non possono pubblicizzare le medicine, e anche questo è sacrosanto. Apparteniamo ad ordini professionali, operiamo in settori così specifici che la deontologia professionale vieta certe attività.

Ma allora, perché un cuoco professionista può fare pubblicità a un dado da brodo, alla cucina “più amata dagli italiani”, a una patatina fritta e persino alla Coca Cola? Raccontandone meraviglie, e persino che lui stesso usa quelle mercanzie nell’ambito della sua professione o della sua vita privata? E sostenendo, temo, delle cose prive di reale fondamento? Sottolineare una cosa del genere vuol dire fare del qualunquismo? O non è, invece, un modo per chiarire al pubblico dei lettori che forse qualche dubbio si potrebbe esprimere su temi e comportamenti del genere?

E ancora, vuol dire essere qualunquisti affermare che un comportamento elitario e fondamentalmente snobistico da parte di una fetta di eno-appassionati è francamente incomprensibile e insopportabile? E parlo di chi beve o dice di bere solo vini esclusivi, rari, carissimi, provenienti solo e soltanto da specifiche regioni, considerate le uniche da prendere in considerazione. Non è un modo per alzare l’asticella in modo eccessivo, e che finisce per allontanare molte persone dal mondo del vino, portandole a considerarlo irraggiungibile, poco comprensibile e al di fuori delle proprie possibilità economiche? È davvero qualunquismo o è un modo per invitare tutti a tenere i piedi per terra?

E ancora, è gastro-qualunquismo definire inopportune e diseducative certe esasperate e violente espressioni con le quali alcuni chef mediatici si rivolgono ai concorrenti dei reality televisivi di argomento culinario? Ed è possibile che buona parte della critica giornalistica non sottolinei certe esagerazioni? Tutto qualunquismo, certo, tutto scritto e sostenuto da chi non capisce, da chi è estraneo a quel mondo e lo guarda scetticamente da fuori.

Io non penso che sia così. Penso invece che siamo solo all’inizio dello scoperchiamento del vaso di Pandora, della constatazione che se il re non è nudo, certo è vestito in modo approssimativo e inappropriato. Poi, se fosse qualunquismo davvero, vi prego di dirmelo, la smetterò immediatamente di annoiarvi.





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