Otto anni fa

di Daniele Cernilli 21/01/19
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Daniele Cernilli DoctorWine Gamero Rosso

Il Gambero Rosso fu la realizzazione di un sogno di Stefano Bonilli e Daniele Cernilli: un modo nuovo di comunicare l’enogastronomia. Per noi DoctorWine è l’erede di quella filosofia.

Esattamente otto anni fa lasciavo la direzione del  Gambero Rosso e chiudevo un’esperienza che era iniziata alla fine del 1986. Più di ventiquattro anni di lavoro, quasi tutti condivisi con Stefano Bonilli, che fu l’ispiratore e il principale protagonista di quell’avventura, e che venne allontanato da una nuova proprietà circa due anni prima che me ne andassi.

Il Gambero Rosso fu per noi due la realizzazione di un sogno. Mettemmo su una pubblicazione pensando a cosa ci sarebbe piaciuto leggere sulla materia enogastronomica, perché eravamo innanzi tutto degli appassionati molto più che dei professionisti all’inizio. È vero, Stefano aveva fatto il giornalista, molto bene fra l’altro. Fu uno degli artefici del Manifesto a Bologna nei primi anni Settanta. Il responsabile della redazione nella sua città di origine, poi a Milano e infine a Roma. Lo lasciò agli inizi degli anni Ottanta, lavorò al Globo e poi alla Rai, dove con Tito Cortese direttore contribuì a quel leggendario programma che fu Di tasca nostra, e che venne chiuso per decisione politica dopo un test sulle passate di pomodoro che penalizzò quella che allora era l’azienda più importante del settore, che tolse immediatamente la pubblicità alla rete.  Poi però, quando si trovò dall’oggi al domani senza lavoro, propose al Manifesto, che era sempre stata casa sua, di fare un inserto sui consumi alimentari, il Gambero Rosso, appunto.

Ma fu un’iniziativa dovuta soprattutto alla sua passione personale. Stefano era stato un frequentatore “seriale” della trattoria di Mirella e Peppino Cantarelli a Samboseto, era amico di Carlo Petrini che nel frattempo stava lanciando Arci Gola, conosceva benissimo Edoardo Raspelli che a quell’epoca era il critico gastronomico più temuto d’Italia. Viveva il cibo e il vino con un interesse profondo, e non solo con la curiosità del cronista. Io ero la giovane promessa della “sommellierie” romana, già scrivevo su diverse riviste di settore e avevo collaborato per alcuni anni con Luigi Veronelli e per una sola edizione con la Guida ai Ristoranti d’Italia dell’Espresso e con il famoso e per certi versi famigerato ex prefetto Federico Umberto D’Amato che la dirigeva.

Il Gambero Rosso nacque così, con noi due a scrivere di cibo lui e di vino io, e con alcuni collaboratori prestigiosi e ambiziosi. Cristina Barbagli che faceva i test comparativi su alcuni prodotti alimentari, Edoardo Raspelli che scriveva di ristoranti, Carlin Petrini che collaborava e raccontava degli inizi di Arci Gola e poi di Slow Food. Una vera bottega rinascimentale con talenti incredibili, che poi avrebbero dimostrato anche altrove le loro capacità. Gli altri arrivarono dopo. Come solo dopo un anno proposi di realizzare una nuova guida dei vini e inventai il sistema della classificazione da zero a tre bicchieri, che ancora oggi viene utilizzata.

Tutto finì nel settembre del 2008, quando ci fu l’ingiusto licenziamento di Stefano. Dopo di allora le cose cambiarono e quell’avventura divenne solo un ricordo. Giusto o sbagliato, non sono io che devo dirlo. Sta di fatto che proprio otto anni fa, alla bella età di 56 anni, io mi dimisi, scesi da cavallo e m’inventai qualcos’altro.

Tutto questo per dirvi che DoctorWine vuole essere l’erede di quei tempi e di quella pubblicazione. Di certo si fonda su principi analoghi e alcuni dei suoi protagonisti sono gli stessi che hanno lavorato con me in quel periodo. Sono insomma cambiati i tempi, i sistemi per comunicare e persino gli stili enologici e la viticoltura. Non cambia invece il modo con il quale sono affrontate le tematiche del vino e in piccola parte anche del cibo.

Non cambia il rispetto che tutti noi dobbiamo avere per il lavoro di tanti vignaioli, e non cambiano i principi fondamentali che sono esattamente gli stessi di allora, e che consistono nel fornire soprattutto un servizio, nel dare amichevoli e disinteressati consigli, e nel lavorare con onestà intellettuale e senso di responsabilità. Non saremo molto alla moda in questi tempi, ma riusciamo a fare solo quello che sappiamo fare. Va bene così.





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