Nasce la Consulta Nazionale del Vino

di Daniele Cernilli 27/04/15
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Nasce la Consulta Nazionale del Vino

E’ accaduto a Roma, lo scorso venerdì 17 aprile, nonostante una giornata di sciopero dei mezzi e di manifestazioni varie che bloccavano la città. Ed è stato forse l’inizio di una delle iniziative più importanti che il mondo del vino italiano abbia visto negli ultimi anni. In cosa consiste? In un tavolo di discussione, proposto dall’Onav (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vini) ad altre associazioni di professionisti, di consumatori e di produttori, che hanno aderito.
Allo stato attuale ne fanno parte Ais, Fisar e Aspi per il mondo sommelieristico, Slow Food come associazione di consumatori e di appassionati, il Movimento del Turismo del Vino, le Donne del Vino, la Fivi (Federazione Nazionale Vignaioli Indipendenti), la Federvini e l’Unione Italiana Vini come rappresentanti delle varie realtà produttive. L’invito è stato esteso anche a Federdoc e Assoenologi.
A che servirà tutto questo? Non a richiedere fondi pubblici o comunitari, ma a rappresentare una controparte dialogante e rappresentativa del comparto vitivinicolo italiano, nei confronti del nostro governo e, di conseguenza, nei confronti delle scelte politiche sul consumo di bevande alcoliche che l’UE sta per mettere in atto.
Da qualche tempo a questa parte il CNAPA, che tradotto in italiano è il Comitato per le politiche e le azioni nazionali in materia di alcol, non parla più di abuso di alcol nelle sue comunicazioni, ma di “consumo nocivo” che in inglese suona come “harmful use or harmful comsumption”. Il salto di qualità sta portando ad effetti che potrebbero essere molto gravi per la vitivinicoltura nazionale e per la comunicazione ad essa dedicata.
Per ridurre di almeno il 10% il consumo di alcol nell’UE, che sarebbe l’obiettivo dichiarato della Commissione, si potrebbe portare a zero il livello di alcol ingerito per chi guida, tagliare drasticamente i fondi per la promozione di bevande alcoliche, tramite l’Ocm (Organizzazione Comunitaria del Mercato), inserire informazioni che scoraggino il consumo, sia di carattere dietetico sia con scritte simili a quelle che troviamo ora sui pacchetti di sigarette. Infine, vietare la pubblicità di bevande alcoliche sui mezzi di stampa, televisioni e rete.
Non sto raccontando di eventualità, ma di progetti reali e in parte già in via di realizzazione. Ora, nessuno ha voglia di sottovalutare i problemi legati all’abuso di alcol, che vanno sicuramente affrontati con serietà, ma che in considerazione di tradizioni millenarie, del fatto che produrre vino significa anche difendere territori e paesaggi, e che una parte consistente della cultura materiale di molti paesi dell’UE comprende vino e alcuni superalcolici fra i propri consumi più amati, forse sarebbe il caso di vedere la questione anche da altri punti di vista, che non siano solo medico sanitari.
Peraltro, alcuni paesi produttori, fra i quali l’Italia, sembrano essersi regolati autonomamente, visto che solo quarant’anni fa si bevevano più di cento litri pro capite e attualmente siamo a un terzo di quel dato. E la Francia, la Spagna, il Portogallo, seguono più o meno la stessa dinamica. C’è da chiedersi perciò se non ci sia un’ideologia anti-vino strisciante in una parte dell’Europa, con la quale bisognerà fare i conti in modo molto più organizzato di quanto fatto in passato.





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