Mrs Robinson e l’acqua calda

di Daniele Cernilli 29/07/13
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Mrs Robinson e l’acqua calda

Niente paura, non vi parlerò del Laureato e della procace Ann Bancroft, che interpretava appunto Mrs Robinson. Vi racconterò invece di un’altra Mrs Robinson, al secolo Jancis Robinson, una famosa Master of Wine, scrittrice e giornalista del settore enologico. Lei è una vera autorità, ha scritto molti libri, l’ultimo dei quali s’intitola Wine Grapes ed è davvero fondamentale per la conoscenza dell’ampelografia internazionale. Poi collabora con il Financial Times, dove ha una seguitissima rubrica settimanale. Insomma, una vera leader per competenza ed autorevolezza.

Quando si è presentata a Cortina d’Ampezzo, ospite della manifestazione Vino Vip, che ideò il compianto Pino Khail e che oggi vede in prima fila suo nipote Alessandro Torcoli, oggi a capo di Civiltà del Bere, con la collaborazione del Vinitaly, tutti i presenti hanno pensato che potesse dare un apporto importantissimo nel dibattito sui vini italiani. E lei, in effetti, ha scandito una sorta di decalogo, o pentalogo, di consigli concernenti cosa dovrebbe fare “il vino italiano” per migliorare la sua presenza ed il suo prestigio sui mercati internazionali. Sarà che una cosa del genere somiglia tanto a “brevi cenni sull’Universo”, fatto sta che la Robinson ha detto che:

  1. bisogna fare più qualità e meno quantità;
  2. è necessario ricominciare a fare vino in vigna piuttosto che in cantina, sfruttando le innovazioni tecnologiche;
  3. non bisogna essere ossessionati dalle anteprime, perché si rischia di far assaggiare vini non pronti;
  4. gli italiani dovrebbero guardare con maggiore spirito di emulazione ai francesi riuscendo ad offrire, oltre all’annata in corso, anche un’ampia scelta di vecchie annate;
  5. il packaging è fondamentale, rappresenta il biglietto da visita per l’azienda.

E mi fermo qui per carità di patria. Però non posso fare a meno di chiedermi se la signora Robinson era conscia di rivolgersi ad una platea di professionisti, di produttori e giornalisti, che saranno stati anche italiani, e quindi forse a suo parere un po’ sottosviluppati visto ciò che ha detto, ma che girano il mondo e si confrontano ogni giorno con i principali mercati internazionali.

Questo lo dico perché raramente mi è capitato di leggere una serie di banalità come quelle sostenute da Mrs Robinson, che si è distinta stavolta per la nota scoperta dell’acqua calda. Nulla di male, per carità, ma qualcosa di più efficace me lo sarei francamente aspettato da lei. Ad esempio cosa fare per affrontare il tema della semplificazione, centrale per il futuro del settore, che va dall’accorpamento delle denominazioni poco utilizzate, fino all’analisi del linguaggio della comunicazione del vino e della sua eccessiva autoreferenzialità. Per non parlare di come vanno affrontati mercati molto diversi come grado di maturità e di segmentazione. Il “talk show” al quale partecipava s’intitolava “l’innovazione nel vino, dalla vigna al marketing”, perciò...

Per ora dobbiamo accontentarci di ascoltare affermazioni sul fatto che dobbiamo produrre meno ma meglio, e che dobbiamo tornare a valorizzare i vigneti, cose che diceva Veronelli appena cinquant’anni fa, quando avevano un senso un po’ diverso in un’Italia dalla viticoltura pionieristica e una portata innovativa davvero dirompente per quegli anni. Ma qualcuno di voi, sono certo, se lo ricorda ancora. Non mi risulta però che fra i presenti ci siano stati scatti d’orgoglio da parte di chi poteva almeno far presente alla signora Robinson che, forse, certe cose le sappiamo e le facciamo da decenni. Anche se siamo soltanto italiani.
 





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