La stampa enogastronomica ed i cambiamenti climatici

di Daniele Cernilli 11/05/11
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La stampa enogastronomica ed i cambiamenti climatici

Il problema che ci troviamo ad affrontare e che riguarda i cambiamenti climatici è di tale importanza che nessuno può non sentirsi coinvolto. A maggior ragione chi fa informazione, anche se, come nel mio caso, in un settore che apparentemente potrebbe sembrare più futile. Anche la stampa enogastronomica dovrà fare la sua parte, e i modi esistono e vanno evidenziati.

Quando ero direttore della guida dei Vini Italiani del Gambero Rosso, fino a pochi mesi fa, mi sono sempre battuto perché la nostra pubblicazione sottolineasse con particolare attenzione tutte quelle aziende che praticavano una vitienologia la più rispettosa possibile dell’ambiente. Tecniche agricole biologiche o addirittura biodinamiche, ma anche una particolare attenzione al bilancio di emissioni di anidride carbonica nell’aria. La fermentazione alcolica dei vini, infatti, determina una grande produzione di CO2, che va a finire nell’atmosfera. Esistono sistemi enologici che ne consentono un parziale recupero, ma ci sono molti produttori che, attraverso rimboschimenti in aree non coltivate, ma di loro proprietà, con questo sistema reimmettono ossigeno in modo tale da limitare al massimo un bilancio negativo nell’emissioni di “gas serra” nell’atmosfera.

Portare alla conoscenza dei consumatori il fatto che esistono viticoltori che si sforzano di cambiare le loro abitudini, accollandosi talvolta costi aggiuntivi, credo che dovrebbe essere un compito preciso di chi fa informazione in questo settore. Così come dovrebbe essere sottolineato con analoga attenzione il caso di chi, al contrario, non dimostra alcuna attenzione per tematiche del genere. Esiste una viticoltura eccessivamente industrializzata, basata su tecniche invasive, come l’irrigazione generalizzata e la completa meccanizzazione delle pratiche di campagna, oltre che sull’uso di tecniche enologiche francamente discutibili, che prevedono uso di aromi di sintesi e di enzimi atti a conferire ai vini profumi del tutto estranei alla natura delle uve. In alcuni casi si assiste all’uso di 500.000 litri di acqua per ettaro per anno, con il risultato di desertificare le aree adiacenti ai vigneti, convogliando tutte le risorse idriche delle falde ai fini della produzione di vino.

Stigmatizzare eccessi come questi sarebbe assai importante e potrebbe essere uno dei compiti futuri dei media del settore.
Se c’è un appello da fare a tutti gli editori e gli scrittori del settore enologico è proprio quello di supportare maggiormente chi lavora nel rispetto dell’ambiente, e questo anche in ambito più squisitamente gastronomico. Consigliando, ad esempio, il pubblico dei lettori a seguire maggiormente la stagionalità dei prodotti alimentari, e, se proprio non si riuscisse ad arrivare a comparti alimentare “a chilometro zero”, almeno provare a sottolineare quali possano essere i modi per limitare inutili spedizioni di frutta e verdura fuori stagione, di acque minerali, di prodotti con imballaggi pesanti e di difficile smaltimento. Non risolveranno tutti i problemi, ma aiuteranno tutti quanto meno a pensare agli effetti dei propri comportamenti.





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