La rivoluzione perduta (2)

di Riccardo Viscardi 25/09/15
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La rivoluzione perduta (2)

Riprendiamo il discorso di ieri. Beh, di questa grande rivoluzione qualcosa è rimasto: una migliore gestione del vigneto con rese più basse e una maggiore attenzione all’apparato fogliare, la presa di coscienza che il legno deve essere sicuramente pulito e non troppo vecchio, anche se di grandi dimensioni e infine che le malolattiche è meglio che avvengano rapidamente. Gli aspetti più interessanti e che abbiamo perduto sono: la salvaguardia dei profumi del nebbiolo anche in invecchiamento, la gestione delle fecce in fermentazione e in affinamento, e l’attenzione alla qualità delle estrazioni polifenoliche. Perchéè accaduto questo?

Alcuni si sono fatti influenzare dal precoce decadimento olfattivo che ha interessato alcuni vini dei "rivoluzionari", che non erano poi solo i Barolo Brothers ma anche altri che seguirono il loro stile più per moda che per convinzione, e tra le vittime più illustri c’è l’annata 1990. In realtà anche molti Barolo non "innovativi" in quell'annata hanno avuto lo stesso problema ma non è stato stigmatizzato per un semplice motivo: partivano da un olfatto più evoluto da subito e quindi la differenza è stata meno avvertita con l’invecchiamento. Da qui è partita un'accusa a tutto il movimento innovativo e la condanna del loro operato in toto.

Devo dire che c’erano alcuni aspetti di esagerazione nell’uso di legni piccoli e piccolissimi (chi ricorda i cigarillos da 180 litri provati dal grande Valentino Migliorini?), ma era un aspetto da mettere a punto con l’esperienza, cosa che è stata fatta da alcuni nel tempo. Per incredibile che possa sembrare, chi più ha beneficiato delle idee rivoluzionarie sono stati alcuni produttori storici che con le nuove generazioni hanno capito quanto ci fosse da migliorare nel vigneto, negli aspetti fermentativi e macerativi facendo dei vini molto più integri al naso e con tannini migliori.

Nonostante ciò, trovo ancora adesso tantissimi Barolo e Barbaresco con sentori di prugna cotta, erbe medicinali, fieno, fiori secchi; insomma un arcipelago di sentori da invecchiamento precoce e di scarsa gradevolezza che vengono accettati da molta critica come tradizionali e non come frutto di scarsa conoscenza e cattiva gestione. Inoltre quei sentori sono comuni a molti rossi vinificati male, che con l’invecchiamento tendono ad assomigliarsi tutti, insomma sono omologanti e non distintivi del binomio terroir/vitigno. Gli stessi vini poi hanno tannini molto aggressivi che non evolveranno mai in bottiglia. Questa è infatti una credenza/speranza, assolutamente priva di fondamento; quello che accade spesso è che il complesso tannico antocianico decade sul fondo della bottiglia, non essendo stabile, spogliando il vino di colore e tannino facendolo sembrare meno aggressivo ma anche più semplice, ma il tutto si giustifica con l’età.

Questa è la realtà così come si è presentata ai miei sensi in quella (così come in altre) degustazioni: alcuni di questi nebbioli erano veramente ottimi, segno che qualcuno quella rivoluzione l’aveva capita e fatta sua senza cadere nelle trappole ideologiche e capendone alcuni eccessi di gioventù. Altri purtroppo non avevano compreso la reale portanza di quel cammino e si limitano a fare il vino "come lo facevano i loro nonni". Nel bene e nel male.





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