La rivoluzione perduta (1)

di Riccardo Viscardi 24/09/15
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La rivoluzione perduta (1)

Vorrei condividere con voi una riflessione che è scaturita dalla degustazione di Barolo e Barbaresco di diverse aziende che ho avuto modo di fare a Roma qualche tempo fa, una serie di assaggi che mi hanno consentito di tirare le fila di una storia che seguo da quasi trent'anni, ormai.

Roma. In un assolato pomeriggio ci troviamo sulla terrazza di un noto albergo per partecipare alla presentazione delle nuove annate di Barolo e Barbaresco. La manifestazione è organizzata dalla Provincia di Cuneo e ha luogo regolarmente da vari anni. Un pubblico diverso dal solito e molti direbbero "esclusivo"; da appassionato di vino mi trovo una "fauna" veramente variegata con un unico denominatore: l’eleganza da rivista patinata. Si inizia in ritardo perché manca il Ministro o chi per lui, ma la bellezza del luogo e la vista su Roma non ci fanno soffrire troppo per la mezz’ora di attesa. Prima dei discorsi, però, è impossibile avvicinare le bottiglie delle aziende partecipanti. Un rapido giro ci fa notare che sono presenti produttori più o meno noti con i Barolo 2011 e qualche Riserva 2010, mentre per il Barbaresco abbiamo l’annata 2012. La degustazione sarà interessante con circa cento vini; bisognerà fare una scelta guidati dal magico criterio: prima quelli che non si conoscono.


Stranamente per me, ho ascoltato tutti gli interventi dei vari politici presenti e la cosa che mi ha colpito di piùè stata la corsa ad accaparrarsi i meriti del successo commerciale delle due denominazioni, non che sia un problema, è lo sport preferito dei politici italiani; l’unica cosa stonata era la lettura storica del successo che partì negli anni '90 grazie soprattutto a uno sparuto gruppo di produttori, principalmente del Barolo, che si unirono in una associazione che chiamarono Langa In; ma non certo grazie alle istituzioni. Altro impulso fu dato da un giovane importatore italo americano che, credendo in quei vini li importò; raccolse consensi unanimi sui mercati e sulle riviste enoiche, anglosassoni e nord americane, invertendo una tendenza negativa che durava da tanto tempo. Alcuni di questi produttori vennero chiamati negli Stati Uniti i “Barolo Boys” diventando delle vere star; mi è dispiaciuto molto non sentirli menzionare e non sentire questo fondamentale passaggio della storia del Barolo.

Al di la del successo commerciale, questi produttori dettero vita a una vera rivoluzione culturale nella produzione di questo vino. Crearono una rottura con quella tradizione, frutto di esperienza e di non conoscenza, che appesantiva i vini in un modello che non aveva più attinenza con il mondo e le sue trasformazioni. Il fatto più eclatante ma in fondo meno importante si basava sull’utilizzo delle barrique in invecchiamento; ma questo aspetto è quello che ha poi creato una stupida contrapposizione tra correnti di pensiero che spesso erano estranee ai produttori stessi. Per dirla in breve, faceva parlare la stampa e creava solo confusione, senza approfondire, in realtà, la vera rivoluzione. Questa era molto più ampia e profonda e investiva sia il sistema vigneto sia la produzione con nuove idee per la fermentazione, per la gestione delle macerazioni e delle fermentazioni malolattiche, e in ultima istanza per l’invecchiamento. Ma quello che è rimasto e ancora perdura è l’aspetto "barrique sì - barrique no", tipica semplificazione (idiota) italiana creata per avere più potere. Se fai i vini nella maniera che piacciono a me li esalto e li premio, se no peggio per te. Quello che fa più tristezza è notare che molti dei più accaniti sostenitori dei legni piccoli, negli anni '90 ora ne sono i più accaniti detrattori. Non affermo che non si possa cambiare idea ma chi lo fa troppo velocemente assumendo posizioni dogmatiche mi fa un po’ paura.






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