La rivincita dell’uvaggio

di Daniele Cernilli 15/11/21
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rivincita uvaggio nebbiolo barbera

Un tempo in molti luoghi era normale aggiungere piccole percentuali di vitigni diversi alle varietà dominanti. Con i cambiamenti climatici in corso, potrebbe essere una soluzione da prendere in considerazione.

Nel corso del convegno Climate Changing and Fine Wines organizzato da Guido Martinetti e Federico Grom nella loro azienda Mura Mura di Costigliole d’Asti, fra i tanti interventi, tutti molto interessanti, mi ha particolarmente colpito quello di Paolo De Marchi, viticoltore di lungo corso e proprietario di Isole e Olena nel Chianti Classico. In un momento nel quale l’idea del “vitigno in purezza” è particolarmente in voga, lui ha fatto un discorso articolato e piuttosto fuori dal coro. Con i cambiamenti climatici in corso, ha sostenuto, è molto più ragionevole tornare al passato, quando i vini da monovitigno quasi non esistevano. 

Il perché è piuttosto semplice. Se il clima diventa una variabile incontrollabile, coltivare una sola varietà può essere rischioso perché non sempre potrebbe riuscire a raggiungere una maturità adeguata sia dal punto di vista zuccherino sia da quello fenolico. Perciò lui ha ricominciato a selezionare canaiolo accanto al sangiovese per avere un vitigno accessorio che sia in grado di ovviare alle possibili difficoltà. Il canaiolo ha tannini più gentili, matura in periodi diversi, può effettivamente dare una mano e soprattutto non è invasivo come alcune varietà “internazionali”. 

Un tempo in molti luoghi era del tutto normale e tradizionale aggiungere piccole percentuali di vitigni diversi alle varietà dominanti. Accadeva e in parte accade ancora persino in Borgogna, mentre nelle Langhe e a Montalcino il vitigno “unico” esiste solo dall’entrata in vigore delle Docg nel 1980, perché prima piccole percentuali di barbera con i nebbiolo o di colorino e canaiolo con il sangiovese erano utilizzate da molti produttori e del tutto ammesse. 

Badate bene, non sto parlando di aggiunte di merlot, di cabernet sauvignon o di syrah, ma di uve autoctone e tradizionalmente presenti nelle vigne delle diverse aree vitivinicole. Molti anni fa l’utilizzo era consigliato perché in annate fredde, ad esempio, non si riusciva a ottenere una maturazione uniforme di alcune varietà, e il canaiolo, ad esempio, “ammorbidiva” le asperità acido/tanniche del sangiovese. 

Oggi abbiamo problemi opposti, ma che determinano squilibri simili, perché la siccità, ad esempio, blocca la maturazione fenolica e determina la presenza di tannini “verdi” per motivi diversi. Ed ecco che il canaiolo, come ha sostenuto Paolo De Marchi, può ancora tornare utile. In più c’è la questione legata alla biodiversità. Monocultura e monovarietà insieme sono difficilmente compatibili con quel principio che è alla base della sostenibilità. 

Ragionamenti, certo, senza alcuna pretesa di voler essere definitivi, ma solo di rappresentare una base per iniziare una discussione. E forse si sta delineando uno scenario dove l’uvaggio potrebbe prendersi una bella rivincita.





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