La “purezza della razza”

di Daniele Cernilli 27/02/12
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La “purezza della razza”

Il titolo è evidentemente provocatorio e non vuole in alcun modo civettare con teorie abominevoli quali furono quelle sostenute ed attuate da pericolosi gruppi di criminali nel nostro recente passato. Nelle mie intenzioni ha a che fare con il mondo del vino e con una tendenza, ritengo inconsapevole, che porta molti neofiti a ritenere che l’aspetto genetico, quello che riguarda il vitigno per essere più chiari, sia il più importante ed assolutamente decisivo nella difesa della tradizione vitivinicola.
Posizioni di questo genere si incontrano spesso soprattutto in Italia ed hanno dato e stanno dando vita a “querelle” infinite e talvolta abbastanza superficiali ed antistoriche. Finisce che sull’onda di una difesa ad oltranza di concetti molto più ideologici che veri, passi in secondo piano quella che è la vera tradizione, con il risultato di operare modifiche anche cospicue senza rendersene conto.
L’idea della purezza del vitigno in vini quali il Barolo, il Barbaresco ed il Brunello di Montalcino, infatti, è un falso storico. Accanto a nebbiolo e sangiovese, oggi imposti al 100%, ci sono sempre stati vitigni accessori, barbera nelle Langhe, canaiolo e colorino in Toscana, in piccole percentuali, con un massimo del 10%, che hanno aiutato i produttori dell’epoca, parliamo di prima dell’entrata in vigore delle Docg nel 1980. Certo, sono vitigni tradizionali, non merlot o peggio cabernet sauvignon che con i loro contenuti in pirazine potrebbero alterare caratteri organolettici tipici di quei vini. Ma la cosa più importante è il principio, secondo me, e questo si potrebbe mantenere autorizzando in “blend” solo quelle varietà tradizionalmente presenti nelle vigne.
Solo che in certi casi, come in quello del Carmignano che è ugualmente un vino a Docg ed è molto più antico di quelli succitati, proprio il “deprecato” cabernet sauvignon c’è da almeno tre secoli. Nel famoso bando del Granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici, datato 1716, infatti, i vini toscani degni di essere protetti con una denominazione “ante litteram” erano il Pomino, il Valdarno di Sopra, il Chianti, che allora era il Chianti Storico, prodotto nei soli comuni di Radda, Castellina e Gaiole, ed, appunto, il Carmignano. Ed il cabernet era presente fin da allora, e prevedibilmente prima di allora, messo a dimora proprio nei vigneti di proprietà della famiglia de’ Medici ad Artimino.
Con la stessa coerenza con la quale oggi si difende la tradizione, quindi, bisognerebbe sostenere la necessità assoluta di mantenere il cabernet sauvignon nei vigneti di Carmignano e, aggiungo, anche altre varietà, forse persino il pinot nero, in quelli di Pomino, oltre che la necessità di mantenere tutti i vitigni minori da sempre presenti nelle vigne di Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino. Sarebbe una lettura laica della tradizione toscana, valida almeno quanto la difesa del sangiovese altrove. E soprattutto avrebbe un valore culturale che andrebbe al di là delle polemiche dell’ultim’ora e di una difesa della pretesa “purezza della razza” del vino che non ha nulla a che fare con la realtà storica.





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