La “peggiore” annata del secolo

di Daniele Cernilli 21/11/11
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La “peggiore” annata del secolo

Non si intoneranno cori di giubilo quest’anno e non ci riempiremo la bocca con un orgoglio mal posto. Insomma, siamo tornati secondi per produzione di vino, i francesi, battuti lo scorso anno, sono di nuovo davanti e gli spagnoli ci incalzano. Eppure questa è un’ottima notizia per il vino italiano.

Le prime stime, quelle dell’Associazione Enotecnica Italiani parlavano di 45 milioni di ettolitri prodotti nel 2011, ma voci ben documentate affermano che se si supereranno i 40 sarà già tanto. Questo significa che l’ultima vendemmia è stata la più scarsa a memoria d’uomo. Eppure questa è un’ottima notizia per il vino italiano.

Non prendetemi per matto, il fatto è che tutti siamo ormai abituati a pensare con logiche industriali e finanziarie, che sostengono che di più sia meglio. Nell’ambito della produzione vitivinicola non sempre è così, e quando si assiste alla contrazione dei consumi che si sta vivendo nel nostro paese allora produrre molto significa produrre troppo con una serie di conseguenze assolutamente negative sul comparto ed anche per i consumatori.

Oggi in Italia si consumano 39/40 litri pro capite di vino all’anno. Se siamo circa 60 milioni vuol dire che il consumo interno si assesta fra i 23 ed i 24 milioni di ettolitri. L’export ammonta a circa 20/21 milioni di ettolitri, che sommati agli altri fanno 43/45 milioni di ettolitri. Ogni litro in più prodotto resta invenduto, fa crollare il prezzo dello sfuso, crea eccesso di offerta e quindi difficoltà nella commercializzazione e mina fortemente il reddito agricolo. Fenomeni che impediscono il perseguimento di una qualità migliore, fanno arrivare sul mercato vini meno buoni e a prezzi bassi, ma aprono la strada a speculazioni al ribasso, a perdita d’immagine, ad abbandono della viticoltura nelle zone collinari, quelle dove la coltivazione rende meno, ma i risultati qualitativi sono migliori. Produrre troppo innesca insomma un fenomeno che si potrebbe avvicinare a quello del quale parla la legge di Gresham, per la quale la moneta cattiva scaccia quella buona. Qui è il vino cattivo e con prezzi troppo bassi a distruggere quello di qualità. Ci sono stati nel recente passato, soprattutto nel Sud, vini sfusi venduti anche a meno di 20 centesimi il litro. Anche producendo 300 quintali ad ettaro, e quindi quantitativi non compatibili con il raggiungimento di una qualità accettabile, la resa in denaro sarebbe stata di 6.000 euro per ettaro. Se consideriamo che un uomo da solo non riesce a coltivare più di tre ettari, la cifra raggiunge i 18.000 euro, ed a questi vanno tolte tutte le spese di gestione dei vigneti e quelle di cantina. Ci vorrà almeno un trattore, ed il lavoro di raccolta non può certo essere fatto da una sola persona. Chi produce così, alla fine, non guadagna quasi nulla, e talvolta ci rimette danaro. Un’attività in perdita può forse durare un paio di anni, in attesa di tempi migliori, dopodichè non si può che abbandonare. Soprattutto nei luoghi dove i 300 quintali non si possono proprio raggiungere, vale a dire in collina e in aree di particolare pregio, che in casi come questi sono le più penalizzate.

Grazie ad un andamento climatico particolare, quest’anno non avremo di questi problemi. Il prezzo del vino sfuso sta salendo ed il mercato è più vivace proprio perché il vino manca. I viticoltori vedranno le loro uve pagate di più dagli industriali e dalle cantine cooperative e tireranno un sospiro di sollievo. Per la prima volta, almeno si spera, non ci saranno richieste per la distillazione delle eccedenze, sussidi che alla fine paghiamo tutti, e tutto il comparto risulterà più sano, e questo nonostante la crisi durissima che stiamo attraversando. Sarebbe una bella cosa se si riuscisse a parametrare la produzione ai consumi effettivi, compreso l’export, ovviamente. Perché l’annata 2011 ha aiutato, ma non sarà sempre così.





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