La gastronomia italiana all’estero

di Daniele Cernilli 25/06/18
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Valentino Santa Monica Ristorante Italiano

Esistono personaggi italiani che da decine di anni hanno operato all’estero con grande impegno per far conoscere la cultura enogastronomica italiana. Ma dov’erano (e dove sono) le istituzioni?

Molti appassionati di cibo e di vino sanno perfettamente chi sono Bottura, Romito o Cannavacciuolo. Molti meno conoscono anche solo di nome Piero Selvaggio o sapevano chi sono stati Tony May o Marcella Hazan, persone che hanno fatto conoscere la cucina italiana negli Stati Uniti per decenni.

Mi veniva in mente qualche giorno fa a Los Angeles proprio nel ristorante di Piero, il Valentino di Santa Monica, che probabilmente chiuderà fra qualche mese dopo oltre quarant’anni dalla sua apertura. Un periodo che negli Usa equivale a un’era geologica se rapportata alla vita di un ristorante, in genere molto più breve. Ma anche il segno che molti di coloro che fra gli anni Settanta e oggi hanno determinato l’immagine positiva della cucina e dei vini italiani stanno lentamente uscendo di scena. Piero Selvaggio continuerà probabilmente altrove, forse ad Orange County, ma sta di fatto che una vera istituzione come Valentino non ci sarà più a proporre una cucina di valore e soprattutto una selezione di vini in gran parte italiani di straordinario interesse.

E mi veniva in mente anche che il San Domenico di Tony May ha chiuso anni fa, e che Marcella Hazan, eccezionale scrittrice di libri di cucina italiana in America, vera star nel suo campo, è scomparsa cinque anni fa senza che qui in Italia qualcuno con un ruolo ufficiale si sia ricordato di raccontare chi è stata e cosa ha fatto. Ora c’è addirittura un Ministero che si occuperà della tutela e della promozione del Made in Italy e mi auguro che potrà anche rendere merito a chi quel Made in Italy e quella cultura italiana, in gran parte anche gastronomica, ha contribuito a far conoscere con grande efficacia.

È infatti attraverso persone come Selvaggio, May ed Hazan che la conoscenza della cucina italiana si è diffusa negli Usa, ed esistono altrettanti personaggi di analogo peso in tanti altri Paesi che hanno contribuito a renderne noti i capisaldi, gli aspetti fondamentali. Molti di loro sono anche produttori di vino, di pasta, di formaggi, di caffè, di olio e di dolci.

A fronte di tutto questo, a fronte di impegni personali che sono andati spesso al di là del semplice interesse economico, da parte delle nostre istituzioni c’è stata quasi sempre un’indifferenza inquietante. Tranne qualche sporadica azione, anch’essa frutto di personali iniziative, come fu Ciao Italia del parlamentare democristiano Bartolo Ciccardini una trentina di anni fa, nessun politico di rilievo si è mai posto il problema di supportare chi ha lavorato una vita per diffondere la cultura gastronomica italiana all’estero. Si sono riempiti la bocca di “eccellenze”, termine retorico e generico, e che vola via un attimo dopo averlo pronunciato. E questo è tutto.





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