La disfida del Chianti

di Daniele Cernilli 03/02/20
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La disfida del Chianti

L’ipotesi di una Gran Selezione per il Chianti non costituirebbe un elemento di ulteriore confusione tra le due denominazioni? E se si iniziasse a parlare di vigne?

Nell’immaginario collettivo, ma anche per molti appassionati, la differenza fra Chianti e Chianti Classico è qualcosa di non troppo chiaro. Di fatto la subregione nella quale è possibile avvalersi della Docg Chianti è molto ampia, copre quasi la metà della Toscana e comprende territori delle province di Firenze, Siena, Arezzo, Pisa, Prato e Pistoia. Una produzione vastissima, stimata nel 2019 in 750.000 ettolitri con un potenziale di 100 milioni di bottiglie. 

Dal 1932, cosa poi richiamata in tutte le varie modifiche alla denominazione di origine a partire dal 1967, la zona di produzione più antica può avvalersi della specifica “Classico” accanto alla parola Chianti. Il Chianti Classico perciò proviene da un’area più limitata, che comprende una parte delle province di Firenze e di Siena e ha una produzione di un quarto rispetto a quella del Chianti. Accanto al Chianti Classico, che ormai fa denominazione a sé, esistono poi molte sottozone di Chianti: Rufina, Montalbano, Montespertoli, Colline Pisane, Colli Aretini, Colli Senesi, Colli Fiorentini, persino Chianti Superiore che è una particolare tipologia. Tutti basati sul sangiovese, che deve avere tra il 70% e l’80% nell’uvaggio a seconda delle diverse denominazioni, ma può essere anche utilizzato in purezza da alcuni anni. In più esistono i Riserva, con invecchiamento più prolungato, e, per ora solo per il Chianti Classico, la Gran Selezione, nelle intenzioni la punta di diamante della produzione in termini di qualità, con rese più basse e invecchiamento più prolungato. 

E qui inizia la disfida. Quando è stata introdotta questa tipologia ci fu una sorta di “intesa cordiale” del tutto ufficiosa peraltro e basata su rapporti personali fra gli allora responsabili del Consorzio del Chianti Classico e quelli del Chianti, con questi ultimi che di fatto rinunciavano ad avvalersi di quella dizione come in passato quelli del Chianti Classico avevano fatto nei confronti del Chianti Superiore. Quindi sembrava che la Gran Selezione restasse appannaggio del solo Chianti Classico

Le cose però cambiano, cambiano i responsabili dei consorzi, ed ecco che ai produttori del Chianti viene in mente di rivendicare la tipologia Gran Selezione anche per i loro vini. Apriti cielo. Da un punto di vista squisitamente legale, visto che la Gran Selezione è riconosciuta dal Ministero per le Politiche Agricole come tipologia, i produttori del Chianti, e di qualunque altra denominazione del genere, sembrerebbero avere la possibilità di rivendicarne l’uso. Da quello dell’opportunità e dei rapporti reciproci, anche in considerazione che alcuni grandi produttori della zona producono entrambe le tipologie e siedono nei direttivi di entrambi i consorzi, la cosa è molto discutibile. A prescindere dal fatto che si approvi o meno il concetto di Gran Selezione, cosa discussa fra alcuni produttori del Chianti Classico, che è un'altra questione all’ordine del giorno. 

Una delle risposte possibili, e francamente ragionevoli, l’hanno fornita i produttori del Chianti Rufina, che si sono sfilati dalla richiesta di Gran Selezione proposta dal Chianti, preferendo percorrere una strada analoga a quella delle Menzioni Geografiche Aggiuntive messa in atto nelle Langhe. Tentando la valorizzazione dei singoli vigneti invece di impostare la ricerca di una qualità superiore attraverso selezioni che possono derivare da una vigna ma anche da scelte di cantina. Di certo la tensione e l’imbarazzo che questa situazione sta generando, creando oltretutto ancor più confusione in prospettiva fra Chianti Classico e Chianti, non fa bene al mondo del vino italiano e dimostra una volta di più come non sia chiara a tutti la strada per valorizzare elementi non replicabili, come vigneti, territori comunali e simili. Anche se non è così originale, dare un’occhiata a ciò che da secoli fanno in Francia non sarebbe un’idea malvagia, e provare a non determinare situazioni di tensione costituirebbe il minimo sindacale se si vuole davvero provare a dare valore alle nostre migliori produzioni vinicole.





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