L’equivoco del Tavernello

di Daniele Cernilli 09/12/19
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L’equivoco del Tavernello

Un vino nazionalpopolare che ha moltissimi consumatori e un suo specifico ruolo nel mercato. L’importante è non pensare che sia qualcosa di diverso da quello che è.

A scanso di equivoci, e per chiarire alcuni aspetti dopo le svariate polemiche che hanno accompagnato e seguito uno spot pubblicitario che lo ha riguardato, vorrei esprimere alcune personali convinzioni sul Tavernello e su tutti i vini “nazionalpopolari” in brik o comunque dai prezzi molto contenuti. Tavernello, ma anche Ronco, San Crispino e quant’altro. 

Se è vero, come ci dicono alcuni dati, che circa il 95% del mercato del vino è costituito da prodotti che si vendono fino a cinque euro per confezione, si capisce come minimo che quel settore è fondamentale per la vitienologia nazionale. Se non esistesse bisognerebbe inventarlo, insomma, e se non ci fossero quei vini accadrebbero alcune cose: non tutte, anzi, quasi nessuna positiva per la nostra economia. Probabilmente ci sarebbe una disaffezione di massa per il vino. Poi quei consumatori che ora acquistano prodotti del genere si dirigerebbero su analoghi vini esteri, bulgari, rumeni, argentini, spagnoli. Ancora, se grandi cooperative come Caviro, Cevico e simili smettessero di produrre vini in brik, molti dei viticoltori associati smetterebbero di praticare la viticoltura. 

Sarebbe un problema economico, ma anche paesaggistico, per la gestione e la difesa dei territori. Non ci sarebbero vaste iniziative d’introduzione di tecniche di viticoltura biologica, che molte di queste strutture stanno mettendo a punto, coinvolgendo migliaia di conferitori e migliaia di ettari di vigneto. E a chi sostiene che quel tipo di agricoltura biologica non è sufficiente, sarebbe fin troppo facile rispondere che è comunque meglio di niente ed è certamente meglio dell’abbandono delle campagne. 

Tutto questo a prescindere da questioni legate alla qualità intrinseca dei prodotti, che comunque è migliore e più controllata di quella riscontrabile nella stragrande maggioranza dei vini “sfusi” che si trovano in giro. Perciò non è criticando in modo un po’ elitario questo tipo di vini che si ottengono innalzamenti del livello di qualità generalizzati o ecosostenibilità diffusa. E poi, quando si parla di qualità e di sostenibilità vanno forse chiariti alcuni aspetti. Innanzi tutto, che la qualità è intrinseca ma anche percepita. A molte persone piace più un vino semplice che un vino complesso, più un vino facile da bere e a costi contenuti che un vino “territoriale” e più costoso. Poi che la sostenibilità ambientale è fatta da scelte in vigna, certo, ma anche da come si opera sul packaging, sulle fonti di energia, sui trasporti dei prodotti. Tutti aspetti che le grandi aziende, fossero la Caviro o la Gallo Winery americana, si pongono in modo molto chiaro nella loro attività. Per tutte queste ragioni non mi sembra il caso di ironizzare su certi vini con atteggiamenti un po’ snob

Detto questo è ovvio che si tratta di vini di base, accettabili ma che non esprimono chissà quale livello qualitativo. Se posso sommessamente indicare dove penso che invece esista un equivoco è proprio nel tentativo di farli passare per qualcosa di diverso per motivi che hanno poco a che vedere con il loro ruolo e le loro caratteristiche.





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