Il vino parlato

di Daniele Cernilli 07/01/19
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C’è chi parla e critica vini che conosce poco o neanche ha assaggiato, ma per giudicare qualcosa con efficacia è importante avere cognizione di causa.

La voglia di apparire migliori di come siamo è un diffuso atteggiamento umano. Qualche volta comprensibile, come un peccato veniale, in altre circostanze un po’ pericoloso, perché il rischio è quello di coprirsi di ridicolo. Chi ha qualche anno si ricorderà di quel leggendario sketch di Walter Chiari e Carlo Campanini dove in uno scompartimento di un treno si discuteva di un animale inesistente, il sarchiapone, che Campanini sosteneva di avere nel proprio bagaglio e usava per spaventare gli altri passeggeri per farli andare via e avere più spazio a disposizione durante il viaggio. Chiari, per far vedere che ne sapeva tanto, fingeva di conoscere benissimo quella bestia immaginaria, inanellando una serie di figure comiche indimenticabili.

Il nostro mondo del vino è pieno di “sarchiaponi” o quantomeno di persone che improvvisano profonde quanto apparenti conoscenze solo per avere letto qualcosa o visto qualche bottiglia in qualche scaffale. Perciò può anche succedere che certe etichette vengano considerate come bersaglio polemico prescindendo dalle loro effettive caratteristiche organolettiche.

L’altro giorno in un’enoteca romana un signore grande sostenitore dei vini con “derive acidistiche”, di quelli che quando li bevi ti viene da strizzare gli occhi per quanto sono aspri, ce l’aveva a morte con il Vintage Tunina di Jermann. “È un vino modaiolo, dolciastro, insopportabile, e lo bevono solo persone che non capiscono granché solo perché è famoso”. Una critica durissima, che si potrebbe anche fare se si conoscesse bene e profondamente quel vino, anche se personalmente non la condivido affatto. Proprio per questo ho proposto di assaggiare alla cieca qualche bianco, fra italiani e francesi, e come primo ho chiesto al proprietario di aprire proprio un Vintage Tunina del 2014, quindi frutto di un’annata difficile. Quel signore non solo non lo ha riconosciuto, ma ha solennemente affermato che si trattava di un vino splendido. “Ha frutto, buona acidità, si beve che è un piacere”.

Non vi sto a raccontare com’era la sua espressione quando abbiamo scoperto le bottiglie. Non essendo uno sciocco ha capito immediatamente di avere fatto una figuraccia, e che per lui, evidentemente, il “vino parlato” era più importante di quello effettivamente assaggiato.

Una debolezza? La voglia di legittimarsi come grande esperto? L’esigenza di avere dei punti di riferimento irrinunciabili? Anche come bersagli critici? Può darsi. Sta di fatto che continuo a pensare che il vino assaggiato e condiviso sia molto più divertente di quello “parlato”, e che per giudicare qualcosa con efficacia sia importante avere cognizione di causa. La vera libertà di pensiero passa attraverso queste cose, e non è solo “uno spazio libero” come diceva qualcuno che ricorderete, spero (“La libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber nel 1972, ndr).





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