Il vino italiano questo sconosciuto

di Daniele Cernilli 06/05/19
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Il vino italiano questo sconosciuto

Da ricerca effettuata negli Usa sulla riconoscibilità delle principali denominazioni vinicole del mondo, l'Italia esce male. Solo 5 le zone conosciute, di cui 3 sono regioni.

Fabio Piccoli, giornalista del vino con grande competenza sulle dinamiche economiche del settore, scrive su Wine Meridian, web magazine che invito tutti a seguire, che il gruppo americano di ricerca Wine Intelligence ha ultimamente fornito dei dati sul mercato americano. È stato intervistato un campione di consumatori regolari di vino, che comprano cioè almeno una volta l’anno una bottiglia, sull’indice di riconoscibilità delle principali denominazioni di origine mondiali.

I dati per l’Italia non sono affatto confortanti. Di 45 tipologie, ben 18 erano francesi e solo 5 italiane. Per fortuna abbiamo la Toscana al secondo posto dopo la Napa Valley, con un indice di conoscenza del 60% del campione. Poi al nono posto, a pari merito, Sicilia e Chianti, quindi ancora Toscana, con il 42%. Numero 13 il Prosecco con il 37% e al diciassettesimo posto il Piemonte con il 22%. Non ci sono Brunello, Barolo, Amarone, non c’è il Soave, il Montepulciano d’Abruzzo e neanche i Lambrusco. Non sono buone notizie.

Il mercato americano è il più importante per il nostro export, siamo leader, o  molto vicini alla leadership, per volumi e per fatturato. Ma la conoscenza delle zone, delle regioni, delle Doc e Docg anche più famose non è ancora soddisfacente. È come se ci fosse una lente concava che allontana la visione e la rende più uniforme. Dipende dall’eccessiva parcellizzazione? Dalla pletora di denominazioni e di tipologie di vini e di vitigni? Dalla scarsa capacità di creare brand aziendali o territoriali? Dal fatto che mentre i francesi fanno in continuazione educational nell’ambito di manifestazioni dedicate noi facciamo molto meno? Un po’ tutto questo, indubbiamente.

Se consideriamo, per fare un esempio, che nel Salento, che è una zona abbastanza nota, c’è solo un’Igt con quel nome, mentre i vini hanno Doc di scarsa riconoscibilità, come Nardò, Copertino, Alezio, Squinzano, Terre d’Otranto, Salice Salentino (che è forse la più nota), Brindisi, Galatina, Leverano, Matino, magari ottimi ma molto simili fra loro, si capisce bene quale possa essere uno dei problemi. Se è vero che il 90% della nostra produzione a Doc o a Docg è rappresentata da un’ottantina di denominazioni, e che le altre oltre 400 coprono solo il 10% della produzione abbiamo un altro tema di discussione. E anche quando andiamo a vedere quali siano le regioni vinicole più riconosciute, e troviamo Toscana, Sicilia e Piemonte, cioè nomi regionali, e non Brunello, Etna o Barolo, dovremmo ragionarci su. Ciò che da noi, e per degli appassionati o degli addetti ai lavori di casa nostra, è abbastanza scontato, altrove non lo è affatto. E come molti di noi non hanno idea di dove sia la Mortington Peninsula, dobbiamo mettere in conto che per molti appassionati esteri il Cilento o i Colli di Luni, sempre per fare un esempio, non sono facilmente collocabili geograficamente. Inoltre, conclude Piccoli, se questo avviene negli Usa, dove bene o male un po’ ci conoscono, non fosse altro che per i milioni di italoamericani che ci sono e per la diffusione della ristorazione italiana nel Paese, pensiamo a cosa accade e accadrà in luoghi un po’ diversi, come la Cina o la Corea del Sud, che rappresentano sicuramente dei nuovi mercati, ma dove i vini italiani sono degli illustri sconosciuti nella maggior parte dei casi. Iniziamo a preoccuparci, insomma.





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