Il valore immateriale

di Daniele Cernilli 23/09/13
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Il valore immateriale

Ve lo confesso, ogni tanto l’attitudine da professore di filosofia prende un po’ il sopravvento e mi fa fare considerazioni che vanno al di là della semplice letteratura “enoica”. Stavolta la cosa è stata scatenata dal fatto che una rivista on line, inglese, mi pare, ha ricostruito il costo di produzione di Chateau Petrus, stabilendo che si arriva, sì e no, a 37 euro. Visto che in giro l’ultima annata costa anche più di 2.500 euro la bottiglia, apriti cielo. Ricordo che più o meno la stessa cosa la feci fare molti anni fa sul Gambero Rosso attraverso un’intervista a Renzo Cotarella, appena nominato Direttore Generale della Antinori, e venne fuori che per produrre una bottiglia di Tignanello il costo era di 5 euro. Sono passati dieci anni, ora sarà di 7, forse 8, mentre si vende tra i 45 ed i 50 euro. Uno scandalo? Un’insopportabile speculazione? Un fatto immorale? Molto dipende da come consideriamo il mercato, e non solo quello del vino. Se vi dicessi che Pablo Picasso avrà speso, ai costi attuali, non più di 300 euro di materiali, tela, colori, cornice, per dipingere le Demoiselles d’Avignon o Guernica, opere che oggi valgono decine, forse centinaia di milioni di euro, cosa rispondereste? E che dire di una borsa di Chanel o di Hermes, magari di plastica, che viene venduta a migliaia di euro e ne costerà a produrla una ventina? Sono orribili speculazioni anche quelle? Ci possono essere anche delle ragioni per ritenerlo e ci sono casi nei quali la speculazione fa i suoi giochi. Nel mondo del vino alcuni piccoli produttori di Borgogna, come Coche-Dury, Rousseau, Rouget, producono vini che escono dalla cantina, per esempio, a cento euro e che poi troviamo in vendita dai cinquecento in su. Ma in ogni caso, anche se ci fossero, come ci sono, piccoli e limitati casi speculativi, non è certo andando a calcolare i costi di produzione per poi confrontarli con quelli di vendita che si scoprono altarini e malefatte. Esista un valore simbolico, immateriale, dovuto al prestigio di un nome, alla fama, alla tradizione intesa come storicità del marchio, che concorrono quanto e più dei costi “industriali”. E che hanno grande impatto sul mercato. I valori esistono, insomma, se ci sono dei “valutanti” a determinarli. In modo concreto, e non teorico o moraleggiante. I “valutanti” siamo tutti noi, tutti coloro che con le loro scelte fanno sì che qualcosa sia più“apprezzata” di un’altra, fosse un dipinto di Picasso o un vino particolarmente ricercato, prodotto in tirature limitate, tali che la domanda mondiale sia molto superiore all’offerta. Una volta mi lamentai con un signore che era il responsabile degli interessi della famiglia Rothschild in Italia. “Il prezzo di Chateau Lafite “en primeur”è schizzato alle stelle, non si può più comprare” gli dissi. E lui mi rispose “produciamo 400 mila bottiglia all’anno ed abbiamo richieste per cinque milioni. Lei che farebbe?”. Non lo so che farei, non capisco nulla di finanza. Però posso capire quelle ragioni, anche se non mi piacciono, perché il mercato funziona così e gran parte del benessere del quale i paesi occidentali godono deriva proprio da cose del genere. In alternativa c’è l’agricoltura di sussistenza, quella dell’era preindustriale. “Coacti tamen volunt” diceva don Benedetto Croce, quindi si può sempre scegliere.





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