Il linguaggio del vino e l’etica del discorso

di Daniele Cernilli 19/04/21
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Piero Angela Superquark

Mi sono sempre chiesto come mai fosse possibile spiegare cose molto complesse con efficacia in molti settori, mentre sembra sempre più difficile nel campo del vino.

Karl Otto Apel e Jurgen Habermas la definivano “etica del discorso”, Guido Calogero “volontà d’intendere”. In entrambi i casi si tratta dell’esigenza di comprendere e di essere compresi all’interno di un rapporto di dialogo, cioè le regole di un “onesto, chiaro e non ambiguo parlare”. È un principio etico generale, e si adatta perfettamente anche al modo con il quale si usano i linguaggi specifici e anche quello che riguarda il vino. 

C’è un dibattito, infatti, nel nostro mondo che analizza e talvolta contrappone atteggiamenti che in qualche modo confliggono. C’è un linguaggio gergale, tecnicistico, autoreferenziale e respingente che viene utilizzato da chi vuole ricoprire un ruolo da guru, marcando, spesso in modo improprio, la differenza fra chi sa, o dovrebbe sapere, e chi non sa. E passi quando ci troviamo effettivamente davanti a grandi conoscitori, che magari per una civetteria culturale, non si pongono il problema di risultare i più comprensibili possibile anche da chi sa meno di loro. Talvolta però si ammanta di un significato “alto” anche un linguaggio solo gergale e pressappochista, nascosto dietro parole incomprensibili o semplicemente prive di senso concreto, qualche volta veri deliri di oscurità comunicativa. 

Al contrario c’è chi prova a comunicare, a condividere, a farsi capire, a fornire a chi ascolta gli strumenti per poter capire. Spiegando i termini che usa, provando a rendere più comprensibile il proprio linguaggio, semplificando in modo utile e corretto, ma anche “etico”, proprio nel modo nel quale intendevano il termine Apel, Habermas e Calogero. 

Credo che se volessimo davvero fare un’operazione positiva nei confronti del mondo del vino, dovremmo seriamente fare i conti con questi temi. Dovremmo capire che se c’è qualcosa da cambiare, e profondamente, nel modo di comunicare il vino, questo sta proprio in un linguaggio diverso, più chiaro, che divulghi in modo comprensibile, pur mantenendo tutti i crismi della coerenza scientifica. 

Abbiamo molti esempi di questo in altri campi. Penso a quello che in Italia hanno fatto Philippe Daverio nell’arte, Alberto e Piero Angela in molti settori, e poi Mario Tozzi, Alessandro Barbero, persino Vittorio Sgarbi. In passato ci sono stati dei veri giganti della divulgazione, come David Attenborough in Gran Bretagna e Folco Quilici da noi. Mi sono sempre chiesto come mai fosse possibile spiegare cose molto complesse con efficacia in molti settori, mentre sembra decisamente più difficile nel campo del vino, anche se personalmente ci provo da tanti anni. E di risposte convincenti non riesco a trovarne.





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