Il fantastico mondo dei big spender

di Daniele Cernilli 20/08/18
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Ci sono persone che possono spendere migliaia di euro senza accorgersene, anche in vino. Ma non è detto che quelle etichette siano davvero così tanto più valide e divertenti di altri che costano infinitamente meno.

Un nostro lettore, Matteo Merlotti, commentando il mio editoriale della settimana scorsa ha citato una battuta di un suo amico (Max di Milano), molto efficace. “La vita è bella, ma la bella vita è un’altra cosa”. Ci sta, soprattutto se, come vorrei fare qui, il discorso va a toccare il mondo che quella “bella vita” la fa comunemente, per ampie possibilità economiche.

Sono i cosiddetti big spender, gente di tutti i paesi del mondo che guadagna anche più di mille volte quello che arriva nelle tasche di una persona normale, e che perciò vede i suoi possibili obiettivi di consumo decisamente da un altro punto di vista. Mille euro diventano un euro per lui, ed è con quel tipo di considerazione del denaro e delle sue possibilità di acquisto che ragiona e si comporta.

Nel nostro mondo del vino questo significa avere la possibilità di togliersi tutti gli sfizi e le curiosità possibili. Romanée Conti? Perché no? In fondo costa solo 15 mila euro la bottiglia, e per lui sono come 15 euro per me, poco più del costo di un biglietto al cinema. Di per sé non ci sarebbe nulla da obiettare, se uno è ricco sfondato ma ha ottenuto tutto questo in modo legale, pagando le tasse e non infrangendo leggi, l’unica contestazione potrebbe arrivare dall’invidia che si può provare, ma non è cosa che fa onore a chi la prova, francamente.

C’è però un rovescio della medaglia. Tornando a quel benedetto Romanée Conti, ricordo bene che alla fine degli anni Ottanta ne comprammo in società una bottiglia, eravamo in sei, mettendoci poco più di ottanta mila lire a testa. Costava in enoteca mezzo milione di vecchie lire, e io guadagnavo, ricordo ancora, circa ottocentomila lire al mese. Era meno del mio stipendio, insomma.

Oggi per avere nei confronti di quel vino la stessa capacità di acquisto dell’epoca dovrei guadagnare almeno ventimila euro al mese, cosa ben lontana dai miei orizzonti, perciò non ho più la possibilità di avvicinarmi a quella bottiglia. D’accordo, è un discorso paradossale, e poi francamente neanche se li avessi spenderei cifre del genere per una bottiglia di vino, anche se la materia mi appassiona. Però fa capire come per me e per molte altre persone c’è stato di fatto un esproprio, dovuto all’amplificarsi della domanda e all’entrata in scena di questi benedetti big spender che per accaparrarsi i consumi più esclusivi hanno scatenato una gara al rialzo su molti prodotti, anche su alcuni vini.

Allora che fare? È ovvio che non c’è molto da protestare, un’altra battutaccia recita “per il comma quinto chi ha i soldi ha vinto”. Però ci si può smarcare. Non è detto che quei vini, quelle etichette, siano davvero così tanto più esclusive, e valide, e divertenti di altri che costano infinitamente meno. Con cinquanta o sessanta euro, che non sono pochi ma non sono 15.000, si possono comprare vini eccezionali, basta saperli cercare. Magari derivano da piccole regioni, meno conosciute dell’ormai inavvicinabile Borgogna, almeno per me. Penso al Cannonau Vigna Franzisca di Montisci, a certi Barolo di Palladino, al Taurasi di Perillo. Vini formidabili, che riesco ancora a bere, e quel Romanée Conti, che era dell’85, annata anche buona, me lo ricordo, ma non lo rimpiango, e tanti saluti alla Borgogna.





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