Il 1982 croce e delizia

di Daniele Cernilli 01/06/20
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Borgogno barolo riserva 1982

Il caldo e la siccità dell’annata 1982 causarono rossi potenti e più morbidi nei tannini, facilitandone la beva anche in giovane età e segnando un cambiamento enologico.

Quell’estate sembrava non dover finire mai. Fece un caldo tremendo in giugno e in luglio, si toccarono più volte i 40 gradi in diverse parti d’Italia e la siccità imperversò dovunque. Quasi lo stesso avvenne a Bordeaux e in diverse altre zone della Francia. Ci furono blocchi di maturazione dovuti al calore, un po’ come nel 2017 e nel 2003, ma allora un’annata così calda non era affatto prevedibile. Oltretutto dopo due vendemmie fredde e piovose, come l’80 e l’81, e dopo altre che, a parte un po’ il ’78, non erano certo state un granché. Parlo del ’76 e del ’77 in particolare. 

Quell’82, insomma, prese un po’ tutti alla sprovvista. Ma questo è solo uno degli elementi che la rese un vero spartiacque. In quegli anni, infatti, soprattutto negli Usa, si stava affermando una critica enologica diversa e molto più sensibile alla bevibilità più immediata dei vini. Prima di allora i grandi rossi, che fossero Grand Cru Classé di Bordeaux, Barolo o Rioja, avevano come caratteristica fondamentale quella di dover invecchiare a lungo prima di poter essere bevuti. Le bottiglie dovevano essere conservate per molti anni in cantina, qualche volta inadeguata, con la conseguenza che di vini eccessivamente evoluti se ne incontravano abbastanza spesso. 

Robert Parker, che in quegli anni aveva fondato The Wine Advocate, e Marvin Shanken, che si era inventato Wine Spectator, avevano a che fare con un pubblico di nuovi consumatori che non volevano correre quei rischi, e che soprattutto non volevano bere vini troppo spigolosi perché non adeguatamente maturi. In fin dei conti era quello che rappresentavano i vini californiani, che si stavano ritagliando uno spazio non trascurabile, e chi ha visto il film La grande annata che racconta del Judgments di Parigi del 1976, nel quale lo Chardonnay ’73 di Château Montelena “stese” tutti i francesi, se ne è potuto facilmente rendere conto. 

Per tutto questo una vendemmia come quella dell’82, con grandi rossi possenti, più naturalmente morbidi, un po’ “meridionali” ovunque, sembrò cadere a pennello

A Bordeaux mangiarono la foglia, e realizzarono vini forse meno longevi, ma più comprensibili per un pubblico di neofiti prevalentemente più giovani, e soprattutto di Paesi diversi dai sussiegosi adoratori inglesi di quelle tipologie. Alcuni di essi furono anche monumentali, come Château Latour, ma non c’è dubbio che molti “puristi” aggrottarono ciglia e naso. 

In Italia, e soprattutto in Piemonte, l’82 vide l’affacciarsi sulla scena enologica dei primi fra i Barolo boys, Altare, Sandrone, Clerico, in particolare, con vini più immediati, che ebbero quasi istantaneamente un grande successo soprattutto internazionale. Va ricordato che all’epoca il Barolo non era affatto un vino “di moda” e non aveva minimamente l’appeal che ha oggi. Questo non significa che non ci fossero grandi interpreti “tradizionalisti” come Bruno Giacosa, Giovanni Conterno o Bartolo Mascarello, ma solo che non era così comune aprire annose bottiglie di Barolo o di Barbaresco. Ricordo che qualche anno dopo, a fine anni Ottanta, scherzando con Carlo Petrini e Stefano Bonilli si diceva che non era più necessario per aprire un grande rosso di Langa che fuori ci fossero dieci gradi sotto zero e si stesse cucinando un cervo. 

Dopo l’82 divenne più normale, e tutti i vini divennero meno spigolosi, con una rivoluzione tecnica che, per quanto talvolta eccessiva, era nel segno dei tempi, e che fu l’inizio di un percorso che dura ancora oggi.





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