I vini contemporanei

di Daniele Cernilli 20/01/20
2002 |
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vino contemporaneo

Nulla è più sfuggente della “contemporaneità”, ma spesso ci si innamora delle parole e le si brandisce come esempi di modernità e di novità. 

Siamo sospesi fra infinito e infinitesimale, fra passato e futuro, e in queste cesure aspaziali e atemporali esiste e vive la coscienza di ognuno di noi”. La citazione si riferisce a un commento che Guido Calogero, filosofo neoattualista del secolo scorso, utilizzò per commentare alcuni interpreti dell’esistenzialismo. Mi è rivenuta in mente quando ho sentito sostenere da un autore di scritti di vino, che lui si occupava di “vini contemporanei” non rendendosi bene conto di quanto scivoloso fosse un concetto del genere. 

Nulla è più sfuggente della “contemporaneità”, nulla muta più velocemente, tanto che quando si prova a definirla è già passata. Poi, ammesso che si possa parlarne senza contraddirsi, cosa pressoché impossibile, ogni istante è contemporaneo, e di conseguenza anche ogni vino quando lo si assaggia è contemporaneo a quel momento. Poi ci sono stili, mode, interpretazioni, persino evoluzioni tecniche, che determinano non tanto la contemporaneità, quanto le caratteristiche che certi vini hanno avuto nel tempo. 

Esiste una “classicità”, che evolve con più lentezza, come nel caso, per fare esempi noti, di un Barolo Monfortino, di un Brunello di Biondi Santi, per certi versi di un La Tache o di un Dom Perignon. In questi casi l’elemento della continuità stilistica sembrerebbe cozzare con la pretesa “contemporaneità”, a meno che non si consideri valore contemporaneo proprio la tradizione, o quanto meno un lento cambiamento. 

Ci sono, al contrario, vini che hanno fatto della loro evoluzione una vera cifra stilistica, molti Bordeaux, ad esempio, che a partire dal 1982 e anche per l’influenza della critica e dei mercati internazionali hanno abbastanza “cambiato pelle” negli anni. Uno Château Mouton-Rothschild di due decenni fa è abbastanza diverso da uno del 2016. Ma anche molti Supertuscan e molti Chianti Classico, basti pensare alle etichette top di Brolio o di Fonterutoli, che nelle ultime versioni hanno acquisito una bevibilità e un’agilità sconosciute in precedenza. O alcuni Barolo e Barbaresco nati all’epoca dei Barolo Boys, frutto di vere rivoluzioni stilistiche, che da alcuni anni stanno ritornando, come in una sintesi dialettica, a percorrere strade meno lontane dalla tradizione. 

È contemporaneo tutto questo? È molto difficile da dire. Come minimo si tratta di concetti che possono essere espressi in modi diversi e talvolta opposti. Di certo, come in molti altri casi, e non solo nel piccolo mondo del vino, spesso ci si innamora delle parole e le si brandisce come esempi di modernità e di novità. 

In altri settori si chiama “moda”, un concetto anche statistico e matematico e non solo estetico, ma di certo sentirsi “contemporanei” per molte persone è indice di una corretta e fluente interpretazione dei tempi, e più che ai vari vini si riferisce alla propria autostima che evidentemente va rinforzata anche così. 





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