I vini anoressici

di Riccardo Viscardi 27/01/20
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i vini anoressici

Ah, le mode… una che va per la maggiore riguarda i vini anemici, “anoressici”, e porta i suoi seguaci a ripensare anche territorialmente (in maniera antistorica) le grandi zone vitivinicole italiane.

Non parleremo di diete né di regimi alimentari, e men che meno di serie sindromi sulle quali non è il caso di ironizzare. Come sempre qui si tratta di argomenti legati al vino, e in questo caso anche a un certo punto di vista di parte della critica enologica che negli ultimi anni ha preso posizione a favore di quelli che con qualche ragione si potrebbero definire vini “anoressici”. 

A cosa alludo? A quei vini che ultimamente, al di là di origini e di reali ragioni di carattere tecnico, hanno percorso la strada dell’alleggerimento, che di per sé non è negativo non fosse altro perché è funzione della bevibilità e di una certa eleganza.  Tutto bene? Come per tutte le mode ci sono aspetti positivi, quelli ai quali ho appena accennato, ma anche elementi che rendono perplessi.

Nella fattispecie qui si tratta di una reazione, magari comprensibile, ma anche strumentale, allo stile degustativo anglosassone che tende a privilegiare i vini potenti o super estratti rispetto a quelli più vicini alla tradizione. Insomma, sono contro Wine Advocate, Wine Spectator e Decanter, note riviste di grande successo, d’oltreoceano le prime due e d’oltremanica la terza, capaci di condizionare efficacemente il mercato internazionale. Ovviamente entrano nel loro mirino anche le testate giornalistiche italiane che hanno quasi sempre mantenuto una posizione di equilibrio tra le derive muscolari dei vini italiani e quella che era invece una ricercata evoluzione tecnica degli stessi. 

I fanatici dei vini “anoressici” trovano un terreno di caccia ideale in Toscana, sia nelle zone Docg famose nel mondo che in quel di Bolgheri, che viene da costoro additato come il “grande Satana” nemico della purezza toscana. Non si rendono conto che la loro estremizzazione li portava a creare una ricetta per fare vino, che voleva diventare metodo con un set di paletti ideologici pittoreschi per la libertà di espressione. I principali paletti sono: “no barrique”, che sfocia nel “solo botte grande” (quanto grande non si sa ma va bene); “no lieviti selezionati”, sebbene non si veda la connessione con i vini muscolari, e rigorosamente “vitigni autoctoni”. Vallo a spiegare ai produttori di Carmignano che hanno il cabernet ed altro in zona dai tempi di Caterina de’ Medici. 

Ma il punto più alto della loro espressione e deriva anoressizzante, mi giunse quando mi si spiegò che il sangiovese deve essere piantato solo in zone alte, sopra i 500 metri di altitudine. Quindi zone come Montalcino, Montepulciano e varie parti del Chianti Classico risultavano assolutamente inadatte a fare vino almeno nella maggioranza dei terreni. Opponendo una strenua resistenza a questa ideologia, mi si fece un esempio che doveva essere illuminante e che anche io avrei potuto capire: “Quale è il miglior vino dell’azienda chiantigiana Montevertine?” Io citai molto convinto Il Pergole Torte. Sbagliato: il Pian del Ciampolo! ossia il terzo vino aziendale che francamente non penso sia il core think aziendale ma soprattutto non sia il vino di riferimento. 

Questa visione porta i suoi seguaci a ripensare anche territorialmente le grandi zone vitivinicole italiane, portando sugli altari terreni e posizioni che non intercettano la conoscenza centenaria dei viticoltori. Diventa una corsa verso terreni e posizioni alte, fredde ed esposte non convenzionalmente, a scapito di cru riconosciuti da tempo. Inoltre, questa grande attenzione verso i secondi o terzi vini aziendali coglie il produttore di sorpresa e se non è una persona calma e rilassata lo mandano in confusione. Ci sono anche dei danni collaterali inaspettati che colpiscono coloro che danno questi giudizi i quali perdono credibilità soprattutto sui ricchi mercati esteri, che non comprendono certe scelte. Costoro lasciano quindi i produttori sempre più esposti ai giudizi di quelle riviste straniere che vogliono contestare. Alcuni produttori non danno più i campioni a chi segue il principio “di sottrazione”, una difesa estrema spesso sofferta dalle aziende, oppure non accettano visite da alcuni giornalisti. Una contrapposizione che spero finisca, come questa folle idea che vuole bere dei vini che sembrano Chianti Classico a Montalcino, o dei Romagna Sangiovese a Montepulciano, stravolgendo il già poco consolidato substrato territoriale e degustativo dei nostri vini.





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