I Decanter Awards 2012

di Daniele Cernilli 07/05/12
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I Decanter Awards 2012

Passare qualche giorno a Londra fa bene allo spirito di questi tempi. La cittàè in fermento per le prossime Olimpiadi, lavori dappertutto e tempi che se non vengono rispettati al minuto, lo sono almeno entro una settimana dal previsto, come dovrebbe essere, e purtroppo non è, anche da noi in Italia. Poi mi è capitato per il secondo anno di seguito di essere invitato a fare il giudice dalla rivista Decanter per l’assegnazione dei “Decanter’s Awards 2012”, uno dei più prestigiosi concorsi enologici del mondo. In assaggio vini provenienti da ogni parte del globo, con commissioni specifiche per ogni zona. Ce n’erano tre per la Spagna, una decina per la Francia, due per il Sud Africa e per l’Australia, mi pare anche per gli Stati Uniti, e ben otto per l’Italia, con tre “Chairmen”, tutti Masters of Wine, Richard Baudains, Rosemary George e Jane Hunt. In più un Mega Direttore, più per la sua autorevolezza che per ufficialità, che era il mitico Steven Spurrier. Bottiglie rese rigorosamente anonime e schede nelle quali, per ogni campione, erano note solo tipologia, annata, gradazione alcolica e, ma non in tutti i casi, qualche altro dato analitico come il residuo zuccherino e l’acidità fissa. Neanche alla fine delle sedute di assaggio durate cinque giorni, da lunedì 23 a venerdì 27 aprile, si sono potute avere indiscrezioni o anticipazioni sui vini che avevano conquistato i “Gold Awards”, il massimo punteggio. In commissione esperti di tutto il mondo, sommeliers di ristoranti pluristellati, come Le Calandre o il River Café di Londra. In tutto c’erano una quarantina di panels con tre o quattro componenti ciascuno. Di critici italiani soltanto il sottoscritto e Ian D’Agata, che collabora da diversi anni con Decanter, ma che ho avuto fra i miei collaboratori ai tempi del Gambero Rosso. Cinque giorni di lavoro duro e serio, svolto con gente competente, con tutti i pareri presi in considerazione allo stesso modo e con un’atmosfera più da campus universitario britannico che da concorso burocratico.

Perché vi racconto tutto questo? Perché da noi, in Italia, una cosa del genere non sarebbe possibile. I concorsi enologici, solo da noi nel mondo, devono avere il placet dell’Associazione Enologi Italiani, che, per legge, ha diritto ad inserire tre o quattro enotecnici in ogni panel di cinque persone, cioè la maggioranza assoluta, per consentirne l’effettuazione. Perciò, non dico il sottoscritto, ma Steven Spurrier, qualunque Master of Wine, persino Parker, la Robinson o Michel Bettane, critici noti in tutto il mondo e dalla competenza indiscutibile, potrebbero partecipare solo sotto la tutela dell’Associazione Enologi e in situazione di minoranza numerica. Perché, affermano sostanzialmente i responsabili dell’Associazione, gli enologi, cioè coloro che fanno il vino, sarebbero gli unici in grado di giudicarlo adeguatamente. La cosa fa il paio con il fatto che sarebbero i ginecologi e gli andrologi, o tutt’al più gli ostetrici, a dirci quando, dove e di chi innamorarsi, oppure i dietologi a consigliarci in quale ristorante andare. Non voglio commentare, ma solo proporre a Giuseppe Martelli, uomo intelligente e Presidente dell’Associazione, una riflessione. Esistono tre o quattro premi sui vini italiani che hanno avuto od hanno tuttora un certo peso sul mercato e sulle scelte degli appassionati. I punteggi di Parker e di Wine Spectator, quelli di Decanter, i Tre Bicchieri ed i Cinque Grappoli. Nessuno di essi è stato mai assegnato dall’Associazione Enologi. Come mai? Aspetto sommessamente una risposta.





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