Gli zii del vino

di Daniele Cernilli 21/12/20
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DoctorWine gli zii del vino

Non per mia scelta, ho ormai il ruolo di quei vecchi zii che sono a conoscenza di episodi e di storie familiari e le raccontano ai giovani per non perdere il ricordo, per aiutarli a capire come e perché siamo dove siamo nel mondo.

Negli ultimi mesi mi è capitato di incontrare molti giovani appassionati di vino che ovviamente mi hanno fatto ricordare quando al loro posto c’era il sottoscritto e al mio Gino Veronelli, Antonio Piccinardi o Angelo Solci. Alla fine, e nonostante i tempi profondamente cambiati, l’approccio reciproco ha dei punti in comune. 

Loro all’epoca, e io oggi, in qualche modo abbiamo avuto e abbiamo il ruolo di quei vecchi zii che sono a conoscenza di episodi e di storie familiari, e che magari nelle riunioni per le festività poi raccontano ai nipoti che qualche volta fanno finta di ascoltarle per la prima volta. Spesso però succede che le sentano davvero per la prima volta. Così accade che con sorpresa quando mi è capitato di raccontare la storia di come è nato il Sassicaia, o di chi era Giacomo Tachis o lo stesso Veronelli, di cosa pensava sul serio Bartolo Mascarello, di quando e come è partita l’avventura di Josko Gravner, ho visto occhi sgranati e giovani incantati ad ascoltare cose che non conoscevano. 

Da ex insegnante la cosa mi ha fatto piacere, e mi ha fatto capire innanzi tutto che è passato un sacco di tempo e che ormai sono “diversamente giovane”, poi che forse, come diceva Guccini “ho tante storie ancora da raccontare per chi vuole ascoltare” e non cito il finale per motivi comprensibili a chi lo conosce. 

Le storie servono a non perdere il ricordo, a capire come e perché siamo dove siamo nel mondo del vino attuale, a collocare e a contestualizzare vini e produttori al di là delle mode del momento, per quanto talvolta possano essere interessanti e stimolanti. 

Devo dire che molti fra i giovani che ho incontrato, come spesso accade, sono curiosi e avidi di sapere, non pendono dalle labbra di nessuno, ma vogliono avere gli strumenti per poi farsi una propria idea. Cose comprensibili e ragionevoli peraltro. 

Quindi continuare la tradizione degli “zii del vino” per chi ha visto e vissuto e conosciuto i grandi protagonisti di un mondo che ha fornito le basi per quello attuale, può avere un senso. Non voglio dire di essere l’unico a poterlo fare. Di certo ci sono critici, giornalisti, sommelier, ristoratori, che hanno conoscenze e ricordi come li ho io. Però è un ruolo che ci viene nei fatti attribuito senza che nessuno se lo dia da sé. Perché sono sempre gli altri a dirci chi siamo davvero.





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