Gli è tutto da rifare…

di Daniele Cernilli 10/09/12
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Gli è tutto da rifare...

C’è pure il rischio che qualche giovane lettore di DW non lo abbia mai sentito nominare Gino Bartali. Grande, immenso campione di ciclismo, che aiutò i partigiani durante la guerra e che ebbe solo la sfortuna di essere coevo di Fausto Coppi, che gliele suonò spesso, ma qualche volta le prese anche. Lui, che era uomo che non le mandava a dire e che quasi ottantenne fu tra i primi conduttori di Striscia la Notizia, il tg satirico di Canale 5, diceva spesso “gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare” in dialetto toscano. E “gli è tutto da rifare” può valere per la politica, per l’economia ed anche per la critica enogastronomica che mai come in questo momento rischia di fare la figura che fece la regina di Francia Maria Antonietta. A chi le diceva che il popolo protestava perché non aveva pane rispose che gli dessero delle brioches.

Perché questo? Perché il politically correct sub specie gastronomica impone di sostenere il chilometro zero, il biologico ed il biodinamico, i prodotti artigianali e di stagione, a prescindere dalle compatibilità economiche. Un mondo in crisi, detto in modo chiaro, potrà permettersi costi maggiori, anche se, ammesso e non concesso, fossero giustificati dalla maggiore qualità e dalla maggiore compatibilità e sostenibilità ambientale? L’ex presidente del Brasile Lula, che era a capo di un Paese che fa largo uso di ogm, che ricava il carburante dalla canna da zucchero perché costa meno, a chi gli obiettava che tutto questo non era “di sinistra” replicò che ne avrebbe fatto subito a meno, se qualcuno gli avesse detto come sfamare in modo diverso più di 200 milioni di persone.

Nel piccolo mondo del vino si sta aprendo una forbice fra coloro che lo considerano una commodity come un’altra e coloro, molti meno, che ne fanno un fatto di cultura e di tradizione, oltre che di piacere personale. Nel primo caso il prezzo di vendita sarà determinante, così come la facile reperibilità e la facile comprensione. Nel secondo, che è patrimonio di un’élite di consumatori attenti e, in misura minore, di veri appassionati ed esperti, gli aspetti principali che indirizzano le scelte sono altri. Certo, il prezzo è importante ma non sempre decisivo. Ma lo stile enologico, la zona di provenienza, l’aspetto “iconico” sono determinanti. Legate a tutto questo ci sono anche le questioni connesse al “bio” ed alla produzione sostenibile. Ma si tratta di una piccola fetta del comparto, almeno per ora. Se la critica enologica si dedicherà principalmente a quello, come sta facendo in Italia negli ultimi tempi, di certo svolgerà un ruolo lodevole ma elitario, forse un po’ snob ed intellettualistico, mentre il mondo del vino sembra andare altrove. Le esportazioni dei vini italiani sono in gran parte costituite da vini corretti e poco costosi, con un prezzo che difficilmente va sopra i 3 o 4 euro per bottiglia, e le aziende che stanno avendo successo sono quelle che propongono vini del genere, magari accanto ad etichette di maggior pregio e dai prezzi più alti. E in fin dei conti a che cosa servirebbe la critica se non ad intercettare e qualche volta a prevenire le tendenze del pubblico? Un ruolo anche di servizio, che consiglia e incuriosisce, ma non spaventa la gente con scelte troppo lontane dal comune sentire.





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