Galloni rileva Parker?

di Daniele Cernilli 15/02/12
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Galloni rileva Parker?

Me lo aveva accennato qualche settimana fa François Mausse, inventore del Grand Jury Europeènne e buon amico di Antonio Galloni. “Vedrai che alla fine Parker darà proprio a lui The Wine Advocate”. Ora le voci si accavallano sempre più frequenti. Enologi, produttori, tutti a commentare l’eventuale passaggio del coordinamento, e forse della proprietà (ma questo ancora non è dato saperlo) della più influente pubblicazione sul vino internazionale che esista al mondo.
Se fosse vero sarebbe una vera rivoluzione, altro che la mia uscita di scena dal Gambero Rosso e dall’Ais Roma, altro che l’abbandono di The Wine Spectator da parte di James Suckling. Qui parliamo di una svolta epocale vera e propria. E non soltanto perché Parker, ormai ultrasessantenne, è da qualche tempo definito affaticato ed annoiato, cosa che con più di diecimila assaggi all’anno per oltre tre decenni si può anche capire. Ma proprio per l’approccio differente che Parker e Galloni, al di là della grande e reciproca stima personale, hanno sulla visione del vino in senso generale.

Robert Parker, che ha sempre dichiarato di esercitare il suo gusto personale nella valutazione dei vini, ha in un modo o nell’altro influenzato un’epoca. Ha iniziato mettendo in discussione il “totem” della classificazione dei Grand Crus di Bordeaux del 1855, assaggiando e valutando annata per annata quei vini e talvolta ribaltandone i valori “storici”. Poi rilanciando zone fino a qualche decennio fa ritenute minori rispetto a quelle classiche dell’Haut Medoc. Alludo a Saint-Emilion e soprattutto a Pomerol, zona dove il Merlot è più diffuso del Cabernet Sauvignon, presente invece in grande maggioranza nell’Haut Medoc. E magari anche lanciando nell’iperspazio minuscole cantine come ad esempio Valandraud o Le Pin o enologi come Michel Rolland. Ha poi proseguito analizzando con straordinaria precisione i vini americani. Quelli della Napa Valley in particolare, ma anche in altre zone della California, in Oregon e nel Washington State. Nomi come quelli delle cantine di Bill Harlan, di Screaming Eagle, di Araujo Eisele Vineyard, di Grace Family, o di winemakers come Tony Soter, Heidi Barrett, Helen Turley, Steve Kistler sono stati resi famosi nel mondo anche per suo merito. Si è poi occupato con grande passione della Valle del Rodano in Francia, ponendo Guigal e Chapoutier sugli altari. E poi della Barossa Valley in Australia, con la sottolineatura dei vini di Torbreck. Il tutto con coerenza, privilegiando vini forse più possenti che eleganti, ma anche di più facile interpretazione soprattutto nel medio periodo. Un modo di considerare la maturazione e l’invecchiamento in modo decisamente più moderno che in passato. Anche il suo modo di affrontare i vini italiani è stato un mix intelligente di produttori tradizionali, come Bruno Giacosa, Giovanni prima e Roberto Conterno poi, Case Basse, Giuseppe Quintarelli e di innovatori come Angelo Gaja innanzi tutto, poi Riccardo Cotarella, Elio Altare, Giorgio Rivetti, Giacomo Neri, Romano Dal Forno, tanto per citare quelli che gli sono stati più a cuore.

Galloni invece parte da diverse visioni del mondo. Ha realizzato una splendida newsletter dal titolo Piedmont Report, dimostrando un grande interesse soprattutto per i vini di Langa prodotti con stili piuttosto tradizionalisti. Poi si è molto occupato di Borgogna ed è, quanto meno per quanto possa capirne io, più interessato a vini eleganti, magari anche lievemente rustici, ma molto legati alle origini, più che ai processi produttivi, in questo manifestando un’italianità, o una “latinità” molto evidente, laddove la visione di Parker appare molto più angloamericana.
Cosa dobbiamo aspettarci allora nel caso le voci che vi citavo fossero vere? Probabilmente un cambio di rotta che si era già intuito dagli ultimi numeri di The Wine Advocate, nei quali le responsabilità editoriali di Galloni erano divenute sempre più evidenti. Un aspetto che farà sicuramente piacere a tanti, ma che avrà come conseguenza un probabile mutamento nel “target” dei lettori, finora abituati ad aspettarsi una visione parkeriana del vino, che visto il successo della pubblicazione sembravano anche piuttosto soddisfatti di quel punto di vista nella valutazione dei vini. In Italia, e forse anche in Francia, qualcuno si preoccuperà. Soprattutto chi ha pensato di impostare il proprio stile enologico in funzione della critica vincente, una visione non molto lungimirante considerando che i critici non sono eterni. E neanche le mode.





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