Elogio del Sassicaia

di Daniele Cernilli 01/09/12
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Elogio del Sassicaia

Amo pochi vini come il Sassicaia. Un vino autentico, grandissimo, figlio della sua terra, anche se non deriva da un vitigno tradizionale. Perché con tutti i distinguo del mondo il cabernet sauvignon non è un vitigno tradizionale toscano. E’ vero, era nelle vigne di Carmignano fin dal ‘600, e i Duchi Salviati di Migliarino, sulla costa pisana, lo coltivavano fin da quell’epoca.

Era insomma il vitigno della nobiltà, francese, ma anche italiana, produceva poca uva, con bucce spesse, ricche di tannini, e i vini dovevano invecchiare a lungo prima di essere davvero bevibili. Le barriques, inizialmente adottate perché facili da maneggiare e da trasportare, si rivelarono poi una sorta di acceleratori di maturazione. Di certo però quei vini non si potevano bere prima di qualche anno, cosa che li rendeva inaffrontabili per i contadini, che dovevano di necessità vivere sui proventi del raccolto annuale.

Ma torniamo al Sassicaia, anzi, al Bolgheri Sassicaia doc, che è tale dal 1994. Lo inventò Mario Incisa della Rocchetta, padre di Nicolò, forse addirittura alla fine degli anni Quaranta. Era un vino diverso da quello di oggi, solo un vigneto, quello di Castiglioncello, in collina. Poi altre uve, forse anche sangiovese. La vera rivoluzione fu fatta nel 1968, quando Nicolò e Piero Antinori, cugini di Incisa, dissero a lui e a suo figlio, Nicolò anche lui, che Giacomo Tachis, che aveva studiato in quegli anni a Bordeaux con Emile Peynaud, poteva forse occuparsi di quel vino e che loro lo avrebbero volentieri distribuito. Racconta Tachis che si trovò davanti a vini abbastanza diversi, e che per ottenere seimila bottiglie di un prodotto abbastanza omogeneo, dovette tagliare tre annate, il ’66, il’67 ed, appunto, il ’68. Ma tutto venne etichettato come 1968. Anni pionieristici. Oggi per una cosa del genere ci sarebbero scandali su scandali. Allora si fece solo un ottimo vino, che diede inizio ad una tradizione che è ormai ultraquarantennale.

Grandi versioni furono il ’71, poi il ’72, il ’77 ed il ’78 in quel decennio. Poi l’82, l’85, l’88. E ancora il ’92, il ’95, il’97, il ’98 ed il ’99. E nell’ultimo decennio di sicuro il ’01, il ’04, il ’05, il ’06, il ’07, il ’08 ed il ’09. A me piacque anche il ’03, che oggi forse è all’apice della sua curva e che forse sopravalutai all’epoca.

Ma non credo di sopravalutare il 2009, che invece non sta riscuotendo grandi consensi da parte della critica americana, forse più attenta ai millesimi ed alle etichette che non alla qualità effettiva dei vini. “Annata piccola”, ha sentenziato qualcuno, forse confondendosi con altre zone toscane e pieno di preconcetti.
Io mi sono trovato davanti ad uno fra i più eleganti Sassicaia di sempre. Come il ’77, come il ’98. E il Sassicaia ci ha abituato da sempre ad esprimersi in modo sontuoso nelle annate cosiddette “minori”. Si vede che il cabernet sauvignon, selezionato per vivere bene in climi atlantici, come sono quelli di Bordeaux, se piove un po’, anche in climi medirranei ricorda le sue origini.

Ho assaggiato il Sassicaia 2009 nell’ambito della selezione per i Top 50 Wines of Italy che Luca Gardini con la complicità di Andrea Grignaffini, Enzo Vizzari ed il sottoscritto, ha organizzato e che verranno svelati il 24 settembre a Milano.

Non so quali saranno i vini “top”, ma se fosse per me quel Sassicaia sarebbe senz’altro fra i primissimi. L’ho riconosciuto in assaggio coperto e gli ho assegnato il punteggio che vedete, che a qualcuno potrebbe sembrare eccessivo, ma a me no.





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