Diamoci una calmata

di Daniele Cernilli 15/10/18
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keep calm and drink wine

Discutere, chiarire posizioni e temi, anche di carattere tecnico, è sempre un fatto positivo ma bisogna capire che è sempre il caso di dare il giusto peso alle cose.

Gli ultimi editoriali di DoctorWine hanno provocato grandi discussioni in rete e sono talvolta volate parole grosse. Eppure io avevo proposto dei semplici ragionamenti, esprimendo punti di vista su tematiche di grande attualità, con l’intenzione di fornire uno strumento per tutelare i consumatori e per chiarire alcuni aspetti della vitienologia anche sotto il profilo scientifico. La biochimica del vino è complessa, molti elementi sono ancora ignoti, ci vuole prudenza e competenza per affrontare tematiche così specialistiche, e le convinzioni personali, spesso determinate più da emotività, da voglia di schierarsi, dall’appassionarsi a visioni del mondo “georgiche”, non chiariscono nulla e dimostrano solo poca voglia di discutere su principi ritenuti non negoziabili e indiscutibili. Metafisici, insomma. Ed è probabilmente questa diversa sensibilità che porta poi allo scontro.

C’è chi, come me, pensa che la ricerca scientifica sia l’elemento che porterà alla soluzione dei problemi e al progresso, inteso come lo definiva Pasolini. C’è chi pensa che solo tornando al passato, alle sane pratiche di “una volta” e a un rispetto dell’ambiente inteso in modo quasi religioso, si riuscirà a vivere meglio. Ora, con tutto il rispetto e la passione per questo mondo, stiamo parlando di vino. Di vino più o meno buono, di viticoltura più o meno sostenibile, non delle sorti dell’Umanità.

Perché se è assolutamente vero, qualunque attività si faccia, che l’ecosostenibilità e la tutela dei consumatori, anche sotto l’aspetto della salute, sono temi ineludibili, è altrettanto vero che la vitienologia non salverà il mondo. Può dare un piccolo contributo, ma non è decisiva finché useremo carburanti fossili e pesticidi ovunque. Quanto incidono i lieviti indigeni o l’assenza di solfiti? Quanto la viticoltura biologica sul totale dell’agricoltura mondiale? Le risposte ve le potete immaginare.

Allora forse è il caso di “darsi una calmata” come dicono a Roma. E di dare il giusto peso alle cose. Anche al tentativo di far passare il sottoscritto e DoctorWine come avversari dei cosiddetti “vini naturali”, categoria più teorica che reale, visto che esistono molti modi per definirli così e nessuna legge di regolamentazione, che c’è invece per la birra, lo yogurt e l’acqua minerale “naturali”.

Quest’anno sulla nostra guida moltissimi fra i “più amati dai naturali” sono stati valutati con punteggi altissimi. Paolo Vodopivec addirittura premiato per il miglior bianco d’Italia, Marco Casolanetti per la “vitienologia sostenibile”, e poi Gravner, Valentini, Montisci, Dettori, Valgiano, Zidarich, Podversic, Passopisciaro, A’ Vita, Menti, Arpepe. Tutti produttori artigianali, che praticano una viticoltura attentissima all’ecosostenibilità. Perciò, calma e gesso.

Proviamo a discutere in modo costruttivo senza sentirsi insultati solo perché si prova a fare chiarezza su punti che chiari ancora non sono. Una legge dello Stato che regoli un fenomeno come quello dei cosiddetti “vini naturali” non solo è auspicabile, ma è addirittura doverosa, e consentirà finalmente di poter scrivere quella dizione in etichetta e contribuirà alla tutela dei consumatori e anche di quei produttori seri, di sicuro la maggior parte, che non hanno nulla da nascondere. Allo stato attuale se mettessi una zolletta di zucchero in un vino potrei andare in galera, se violassi il regolamento di un’associazione privata di “produttori naturali” tutt’al più verrei espulso. Mi pare una differenza di trattamento evidente e poco logica.

Ma è una proposta, un tema da dibattere, non un attacco al cuore di chi vuole invece fare del bene al vino e alla vitienologia sostenibile, come qualcuno ha ritenuto di capire. Discutere, chiarire posizioni e temi, anche di carattere tecnico, è sempre un fatto positivo. E se si fanno osservazioni su un’omologazione uguale e contraria, determinata da ossidazioni e formazione di acetaldeide, questo non vuol dire sostenere i “vini di plastica” o gli interessi delle multinazionali della chimica, che, peraltro, oltre ai pesticidi producono anche l’Aspirina e non sono sempre e comunque il male assoluto.

Sostenere che biodinamica e materialismo storico non sono compatibili, non vuol dire che Steiner sia stato un fesso, ma forse che è un po’ fesso chi non capisce le differenze. E via così. Alla fine chi ha voluto capire ha capito, si sono fatti dibattiti appassionati e qualcuno ha anche esagerato, come capita ai “leoni della tastiera”. Perciò, e una volta di più, diamoci tutti una calmata, che è meglio.





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