Cosimo III e i suoi pronipoti

di Daniele Cernilli 10/10/16
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Cosimo III e i suoi pronipoti

Leggendo il famoso editto del 1716, quello che il Granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici promulgò per delimitare le zone e regolamentare la produzione dei vini di Chianti, Carmignano, Pomino e Valdarno di Sopra, la cosa che salta agli occhi è la modernità e l’efficacia delle regole. Per redigerlo e renderlo esecutivo si avvalse della collaborazione dei principali esponenti della nobiltà terriera del tempo, i cui nomi guarda caso sono ancora oggi notissimi proprio per essere quelli di importanti aziende vitivinicole, Antinori, Corsini, Ricasoli, Albizzi, che poi s’imparentarono con i Frescobaldi. Tutti personaggi di grande esperienza che lo aiutarono in un compito tutt’altro che facile.

Lo ricordava il professor Zeffiro Ciuffoletti, dell’Accademia dei Georgofili di Firenze, nel corso di un dibattito che i vari consorzi coinvolti, quelli delle quattro zone, che ancora oggi esistono più o meno come erano state delimitate trecento anni fa, hanno organizzato qualche settimana fa nella Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Un convegno interessante come pochi, ricco di spunti, ben organizzato, che ha però visto la completa assenza dei nostri rappresentanti della politica locale e agricola nazionale. “Se fossimo stati in Francia oggi sarebbe stata festa nazionale” ha dichiarato polemicamente Luca Sanjust, presidente del consorzio del Valdarno di Sopra. Forse no, ma di sicuro il responsabile dell’agricoltura francese non si sarebbe limitato a inviare un messaggio visivo, senza mandare neanche uno straccio di sottosegretario.


E una volta di più, pur in una situazione così rilevante dal punto di vista storico (si trattava del primo disciplinare di produzione moderno mai realizzato), il vino è stato trattato dai nostri governanti come qualcosa con il quale riempirsi la bocca, non per berlo, ma per fare discorsi poco pertinenti, favoleggiando di “eccellenze” e di “export”, temi per i quali poco o nulla hanno fatto e stanno facendo. Sembra che per il mondo del vino la politica sia come la pioggia. Va bene se ce n’è poca e se ce n’è molta fa marcire tutto.

Cosimo III l’aveva capito bene, il disciplinare se l’era fatto fare da gente esperta, non da parolai. Ma a quei tempi iniziavano a girare idee che avrebbero poi portato all’Illuminismo. Tanto per capirci, uno dei partecipanti al forum era il rappresentante per l’Italia di Alibaba, lo sterminato portale cinese di vendita on line, con il quale il Presidente Renzi (che almeno un breve “salto” pomeridiano lo ha pur fatto) ha stipulato un accordo per la vendita dei vini italiani in Cina. “Bene”, ha detto, “peccato che i consumatori cinesi di vino italiano non ne sappiano nulla”.

Pensare a una task force di esperti che in cinese o tutt’al più in inglese vadano a fare seminari, a spiegare, a realizzare iniziative promozionali, anche all’interno delle molte fiere che ormai si tengono in Cina. Chiedere a Rai International di produrre programmi didattici sui prodotti a Dop in diverse lingue da vendere a emittenti di tutto il mondo. O all’Ice di invitare in Italia, coinvolgendo i consorzi, esponenti del mondo commerciale e della stampa cinese per viaggi didattici. Iniziative che per i governi francesi sono banali e scontate, tante se ne fanno.

Tutto questo in Italia non mi risulta che sia stato previsto e forse neanche pensato. Quindi restiamo sempre a metà del guado. La parola “fare sistema” resta una pia illusione e i produttori, come sempre, andranno in ordine sparso ad affrontare i mercati. Nonostante questo siamo i più grandi esportatori, in quantità, del mondo. Pensate se sapessimo anche organizzarci…






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