Chi sono i sommelier?

di Daniele Cernilli 04/02/19
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sommelier toscano

In Italia il termine “sommelier” ormai indica un generico esperto/appassionato di vino e non più il professionista che opera nel settore della ristorazione e dell’hotellerie.

Qualche giorno fa, tornando dalle kermesse “sorelle” Nebbiolo Prima e Grandi Langhe che sono state organizzate ad Alba, su una radio privata piemontese c’è stata l’intervista a Matteo Ascheri, presidente del Consorzio del Barolo e del Barbaresco. Una delle domande verteva su quanti sommelier erano stati invitati, intendendo per sommelier tutti coloro, giornalisti, blogger, operatori e anche sommelier, che erano stati presenti alle manifestazioni.

Questo accade perché in Italia, e solo da noi, la parola “sommelier” ha preso il significato di “esperto di vino” e non si limita a quello classico, che peraltro viene utilizzato in Francia, in Gran Bretagna, negli Usa, di “mescitore”, di “addetto al vino nei ristoranti”, di responsabile del vino in genere nei pubblici esercizi.

Un Master Sommelier britannico una volta mi disse che era sconvolto quando ha saputo che in Italia, divisi nella varie sigle “sommelieristiche”, ma con l’Ais a fare la parte del leone, i sommelier arrivavano ad essere quasi 60mila, quando in tutto il Regno Unito forse non raggiungevano un trentesimo di quella cifra. Ma da loro quella qualifica è riservata solo a chi effettivamente opera nel settore, lavora nei ristoranti, fa il buyer o il consulente.

Da noi è diverso. Inizialmente, e l’Ais è nata nel 1965, le cose stavano allo stesso modo. Poi però l’antica differenza fra i sommelier “professionisti” e quelli che allora si chiamavano “aderenti” venne di fatto eliminata, ed eravamo verso la fine degli anni Ottanta, se ricordo bene. Quello che ricordo è che avendo la tessera 531 dell’Ais fin dal 1979, iniziai da “aderente” nonostante già scrivessi qualcosa su alcune riviste dell’epoca.

Oggi i corsi e le manifestazioni di tutte le associazioni sono dedicati non solo ai professionisti, ma a tutti coloro che siano interessati al vino, cosicché un insegnante di lettere, un avvocato, un impiegato di banca o un immobiliarista, solo per fare degli esempi, possono sfoggiare il loro titolo di “sommelier” pur non avendo alcuna intenzione di lavorare in un ristorante o di fare il consulente per la realizzazione di carte dei vini. Intendiamoci, non c’è nulla di male in questo. La diffusione della cultura enologica attraverso corsi ai quali tutti possono partecipare è stata sicuramente molto positiva, e le associazioni sommelieristiche hanno svolto un lavoro encomiabile in questo senso.

L’unica osservazione che mi sentirei di fare, con tutto il rispetto e la simpatia per quel mondo, del quale peraltro faccio anch’io parte da quarant’anni, è che non vorrei che si perdesse di vista il ruolo fondamentale della sommelierie, che è quello di formare professionisti del settore. Non voglio dire che si dovrebbe tornare alla divisioni fra “professionisti” e “aderenti”, ma solo che mi piacerebbe vedere più corsi specifici per chi poi deve effettivamente lavorare in questo campo e più sommelier nei nostri ristoranti, alberghi, wine bar e quant’altro.

Perché saranno, saremo anche più di 60mila, però in giro se ne vedono molti di meno, forse troppi di meno.





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