C’era una volta il 1964

di Daniele Cernilli 06/04/20
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Annata 1964 collo bottiglia

Per certi versi fu un’annata di cesura, ottima e abbondante, che convinse molti produttori a imbottigliare. L’inizio della vitienologia italiana moderna.

Rimettendo a posto la libreria, pratica che in questo periodo credo sia comune a molti di noi, anche solo per riprendere in mano qualche volume che non si apriva da decenni, mi sono imbattuto in quello che a mio parere era il “santo Graal” dei libri italiani sul vino negli anni Settanta. La quarta edizione del Catalogo Bolaffi dei Vini d’Italia, curato da Luigi Veronelli e pubblicato nel 1976. 

Per anni è stata la mia palestra di giovane appassionato, lo avevo quasi imparato a memoria, è stata la guida per i miei primi timidi acquisti da studente squattrinato e anche il libro dei desideri quando vedevo segnalate etichette dai costi per me proibitivi. Rileggendolo, e scoprendo con sorpresa che ancora ricordavo molte cose, ho notato che in molti casi venivano citati grandi rossi, soprattutto, a partire dall’annata 1964, spesso la prima con la quale parecchie aziende iniziarono ad imbottigliare o comunque a commercializzare in modo più ampio i propri vini. 

Ma perché proprio il ’64? Probabilmente per una serie di coincidenze che portarono proprio quell’annata ad essere una sorta di cerniera fra il passato un po’ arcaico del vino italiano e il suo progressivo rendersi più attuale. Intanto fu una grande vendemmia, una delle migliori, se non la migliore, della sua epoca. Fu anche piuttosto abbondante, cosa che consigliò a molti produttori, che prima vendevano prevalentemente vino sfuso, di imbottigliare di più, perché in un anno soltanto sarebbe stato difficile riuscire a vendere tutto. 

Poi nel 1963, appena un anno prima, era stata promulgata la legge 930 che istituiva le Doc. È vero che fino al 1966 non vennero redatti i disciplinari di produzione, e che i primi vini con la scritta Denominazione di Origine Controllata furono solo nel ’66 e nel ’67, ma della cosa se ne parlava in giro e molti produttori si stavano preparando. 

Infine, c’era il boom economico, i consumi crescevano e molte persone cominciavano a potersi permettere l’acquisto di bottiglie di vino un po’ più costose. In più, data l’annata felice, i grandi rossi, Barolo, Barbaresco, i primissimi Brunello di Montalcino, le riserve di Chianti Classico, alcuni Amarone, qualche grande vino del sud, Cirò in primis, vennero fatti adeguatamente invecchiare e videro la luce solo cinque o sei anni più tardi, con prezzi di vendita mai raggiunti in passato. 

Tanto per fare degli esempi, un Barolo ‘64 dei Fratelli Barale, una fra le aziende di punta di quel momento, nel 1970 poteva costare fra 5 e 6 mila lire la bottiglia, tra il 2 e il 3% di uno stipendio medio dell’epoca. Ma un Brunello di Montalcino Riserva di Biondi Santi poteva anche arrivare a 35/40 mila lire la bottiglia, era probabilmente il vino italiano più costoso dell’epoca ed è in seguito divenuto un’icona della vitienologia italiana di tutti i tempi, raggiungendo quotazioni stellari. 

Per anni a seguire si parlò della magica annata ’64, si conservarono bottiglie per aprirle, magari troppo tardi, in occasioni speciali, tenendole in piedi nella vetrinetta del salotto. “Questa è del ’64, più invecchia e meglio è” si sentiva dire in giro. Ovviamente molti vini fecero fini ingloriose. Ma chi ebbe l’accortezza di conservarle bene, magari solo perché dimenticate in una cantina al buio, poi ebbe sorprese incredibili. A me accadde con un Barolo di Fontanafredda, che i miei genitori avevano acquistato in un “vini e oli” sotto casa e non c’era verso di farglielo aprire dopo oltre dieci anni. Quando iniziai a occuparmi di vino da appassionato li convinsi e la stappammo. Aveva perso un po’ di colore, era leggermente mattonato, ma ancora in splendida forma, evoluto ma non ossidato, e decisamente buono. E del resto era del ’64…





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