Ancora ricordi e racconti

di Daniele Cernilli 14/04/20
1894 |
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Severino Cesari

Severino Cesari fu un personaggio determinante nella creazione e realizzazione dei libri di Daniele Cernilli, con i suoi consigli e la sua presenza. Come editor e come amico.

“Vorrei che mi scrivessi qualcosa che avesse un aggancio con i Consigli a un giovane scrittore di Vincenzo Cerami”. Una proposta da far tremare le vene dei polsi, pensai subito. “Ma dai, Severino, come pensi che possa fare una cosa del genere, Cerami è un grande, io scrivo tutt’al più di pane e salame, e di vino qualche volta.” “Tu scrivi bene, ti ho letto mille volte sul Gambero Rosso, ai tempi del supplemento del Manifesto, secondo me ce la puoi fare, e comunque una mano te la posso dare.” 

Severino era Severino Cesari, uno dei fondatori di Stile Libero, collana fondamentale della Einaudi. Vi assicuro che le cose andarono proprio così, io non avevo idea di poter scrivere un libro, anche se su un argomento che conoscevo bene. Scrivere un libro per uno che ha sempre e solo fatto il giornalista è come proporre a un mezzofondista di correre una maratona. O a uno che gioca a scopa di provare gli scacchi. Un salto logico, oltre che di qualità e di articolazione di scrittura. Una cosa difficile se non impossibile. 

Ci misi più di un anno a metabolizzarla, con qualche telefonata che mi incitava e che qualche volta quasi mi imponeva di fare qualcosa. “Daniele, io ti sto proponendo una cosa importante, non puoi scantonare.” Allora provai a rilanciare, cambiando le carte in tavola. “E se facessimo un libro di piccoli racconti? Così, per riprender fiato e per correre una maratona a tappe? Che ne dici?”. “Guarda, fai quello che ti senti, ma prova a scrivere, finalmente!”. E ci provai. 

Venne fuori Memorie di un assaggiatore di vini, un libretto piccolo, veloce, da giornalista e non da scrittore, con un ritmo intenso e una prosa leggera, agile, senza pretese. Gli incontri con Severino erano quasi “in togliere”, come in un pezzo di jazz. Non so quante volte mi ha corretto un “ad” in “a” e un “ed” in “e”. “Devi essere quasi musicale nella scrittura e dobbiamo leggere tutto a voce alta insieme, altrimenti non capiamo e non funziona, e ci deve essere ritmo”.  

Il risultato fu un successo incredibile, eravamo nel 2006 e il libro vendette ben più di quindicimila copie, uno sfracello per qualcosa che trattava di vino. “Abbiamo fatto un long selling” mi disse, “qualcosa che continuerà ad essere in catalogo per anni, te ne rendi conto?”. No, inizialmente non me rendevo conto, finché un signore su un autobus di Roma mi riconobbe, non so come, e mi disse che era un mio lettore e che mi ringraziava per quel prezioso libretto che lo aveva fatto innamorare del mondo del vino. 

Ero diventato quasi una star, insomma. Anche perché l’editore era Einaudi, nella collana Stile Libero, che Severino aveva inventato insieme a Paolo Repetti, altro vecchio amico, con il quale ci conoscevamo da ragazzi per aver praticato insieme l’arte quasi zen del tennistavolo, il più filosofico degli sport. Passarono molti anni, otto per la precisione. Accaddero molte cose a me e a lui. Severino ebbe molti problemi di salute, io lasciai il Gambero Rosso, che avevo contribuito a fondare con Stefano Bonilli, altro comune e carissimo amico. E proprio perché non ero più in sella, a condividere la direzione di quella che è stata la guida Vini d’Italia che fu realizzata dal Gambero e da Slow Food, con Carlo Petrini, storico e carismatico presidente di quell’organizzazione, Severino mi richiamò. “Beh, ormai sono passati otto anni, credi che sarebbe il caso di scrivere qualcos’altro?”. 

Un amico è questo, uno che in un momento nel quale rischiavo di essere scavalcato e dimenticato, ti dà la possibilità di rilanciare, di raccontare ancora qualcosa, di esistere, insomma. Io non ero più quello di prima, non avevo l’impatto mediatico che potevo avere da condirettore di quella rivista, da curatore della più influente pubblicazione sui vini italiani dell’epoca. A Severino non importava nulla. Quello che voleva era farmi scrivere il libro della vita, il distillato di un’esperienza di lavoro e di passione, qualcosa che restasse come testimonianza e non solo un piccolo e brillante libro “giornalistico”. “Quello che cambierà sarà la profondità di quello che scriverai, il peso, l’importanza. La prova di scrittura l’hai già fatta, ora devi raccontare sul serio”. 

E stavolta il percorso è stato più difficile. Sempre racconti, ma anche storie di persone e di luoghi e di sensazioni. E tante mattinate, tanti pomeriggi a rileggere, a discutere, a cambiare. I racconti (e i consigli) di Doctor Wine nacque così, con lui che non stava già bene, e che mi riceveva nella sua splendida casa di via Cairoli, a Roma. “Mi hai dato il manoscritto finale, ma io, se mi consenti, metterei la seconda parte prima. Capovolgendo il senso del libro”. Ovviamente aveva ragione, e oltre le correzioni stilistiche determinò lo scorrere e la leggibilità di quel libro. 

Quando uscì mi chiamarono alcuni importanti personaggi del mondo del vino italiano, Angelo Gaja su tutti, e si complimentarono con me. Non conoscevano Severino, e forse avrebbero dovuto farlo anche con lui che fu decisivo nell’impresa. 

Ricorderò per il resto dei miei giorni quegli incontri. La luce, i caffè che ci faceva sua moglie Emanuela, la voce di Severino e le sue composte risate, la sua ironia e i suoi consigli. “Frasi brevi, ti prego, e mai retorica, mai autocompiacimento, mai qualcosa che non faccia sentire coinvolto chi ti legge”. Regole di scrittura e di vita

Non so se quello che scrivo sia troppo autoreferenziale, purtroppo Severino non è più qui a bacchettarmi e a insegnarmi (vedete che la “d” eufonica non la metto più…). O forse no. C’è ancora, mi sembra di sentirlo ancora mentre sto scrivendo queste frasi, immagino cosa mi direbbe e me lo invento. “Per favore, non parlare troppo di me, io sono soltanto il tuo tutor”. 

Poi ha scritto quel meraviglioso, coinvolgente, tristissimo e coraggioso diario Con molta cura pubblicato postumo da Rizzoli. E per sapere chi era basta leggerlo.





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